massimo della pergola (milan, 1973)

La schedina e lo sport che resta fuori bilancio

Ottant’anni fa il Totocalcio finanziò lo sport italiano. Ma quale sport? La domanda è rimasta aperta. E la risposta che diamo oggi, dice di noi più di quanto sembri.

Dalla Svizzera all’Italia: come nacque il Totocalcio

Emilio Blasetti, milanese, fu il primo a fare “12”. Era il 15 maggio 1946, trentamila italiani avevano compilato la prima schedina, e lui aveva indovinato l’unico “2” di giornata – il Legnano che vinceva a Novara – portando a casa poco meno di quattrocentoventisette mila lire, poco meno di quattordicimila euro di oggi. Cinque milioni di schedine stampate, quelle avanzate distribuite ai barbieri di tutta Italia. Non si sprecava niente.

L’idea era nata in un campo di lavoro forzato a Pont de la Morge, in Svizzera. Massimo Della Pergola – giornalista della Gazzetta dello Sport, ebreo, internato con la matricola 21.915. Dopo che le leggi razziali di Mussolini lo avevano costretto alla clandestinità, aveva elaborato un meccanismo per scommettere sulle partite di calcio. Nel dopoguerra lo mise in pratica, fondò la Sisal con due soci, ottenne la concessione del CONI. Il Totocalcio nacque così: non come gioco, ma come risposta a un’emergenza. Lo Stato aveva tolto i contributi diretti allo sport e bisognava trovare i soldi da qualche altra parte.

Per decenni la soluzione fu ricavarli dalle giocate degli italiani. Una quota al montepremi, una al CONI, una all’Istituto per il Credito sportivo. Nato nel 1957, alimentato dall’1% degli incassi lordi dei concorsi pronostici, finanziò la costruzione di impianti privilegiando, per legge, le zone depresse e i comuni montani. Ogni colonna giocata al bar aveva, in minima parte, a che fare con un campo che sorgeva da qualche parte del Paese.

Ma i soldi andavano dove andavano. L’orientamento del CONI rimase quello dello sport d’élite: il vertice prima della base, la competitività prima della partecipazione. Lo sport popolare si organizzò da solo – il CSI dal 1944, la Libertas dal 1945, l’UISP dal 1948 – con reti associative e volontariato. Il Totocalcio finanziava il sistema; la promozione sportiva era tenuta ai margini.

Il dato scomodo che la nostalgia tende a coprire

Questo è il dato scomodo, che l’anniversario tende a coprire di nostalgia: la schedina non è mai stata uno strumento di democrazia sportiva. Era uno strumento di finanziamento istituzionale che raramente scendeva fino all’oratorio o alla palestra di quartiere. Lo sport che forma, che include, che tiene insieme persone di età e storie diverse in uno stesso spazio fisico – quello sport ha sempre dovuto guadagnarsi il posto con fatica, ai margini del budget e della visibilità.

Non è una questione di strutture, anche se le strutture mancano. È una questione di priorità, di ciò che si considera un risultato. Un paese che mette risorse serie sulla promozione sportiva di base non lo fa per generosità: lo fa perché sa fare i conti. Sedentarietà, solitudine, abbandono scolastico, salute mentale: sono problemi costosi, e lo sport praticato in modo continuativo e accessibile è una risposta concreta a ciascuno di essi.

Oggi il finanziamento è cambiato. La gerarchia no.

Oggi il Totocalcio è ancora attivo sul sito ADM, ma il finanziamento dello sport ha cambiato completamente architettura: deriva da una quota del gettito fiscale, generato dall’intero settore sportivo, distribuita attraverso Sport e Salute. Un sistema più stabile, più prevedibile. Per certi aspetti più equo. La promozione sportiva ha finalmente un riconoscimento strutturale che prima non aveva. Ma la gerarchia di fondo non è sparita: l’Italia continua a investire molto di più sullo sport che produce medaglie, di quanto non investa sullo sport che produce salute, abitudini, qualità della vita.

L’Italia è indietro su questo. Non solo come dotazione di impianti, ma come cultura condivisa. Come idea che muoversi, giocare, fare sport non sia un optional per chi ha tempo, ma una componente normale della vita. Quella cultura non si costruisce finanziando il campione che andrà ai mondiali. Si costruisce investendo sull’allenatore di quartiere, sulla società che tiene aperta la porta anche a chi non arriverà mai in nessuna finale. Non è una consolazione. È lo sport che fa bene davvero, a chi lo pratica e al paese intero.

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