bambini che giocano

La ricetta giusta, il gioco che resta

Sport e Salute certifica che ogni euro investito ne risparmia 2,24 al sistema sanitario. Settant’anni fa Luigi Gedda l’aveva già scritto. E aveva aggiunto un avvertimento: lo sport educa solo se non si lascia ridurre a farmaco.

Foro Italico, sala delle Armi. Tre ministri annunciano numeri che pesano: 3,16 miliardi investiti dal 2019, sedentarietà al 30,8% (minimo in venticinque anni), 92.817 casi di ansia e depressione in meno, 2,24 euro risparmiati alla sanità per ogni euro speso. «La medicina a più basso costo», sintetizza Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute. Una politica pubblica trova finalmente il suo bilancio in attivo.

Non è una scoperta. È una vittoria tardiva. Nel 1954 Luigi Gedda, medico e fondatore del CSI, scriveva che «le cifre investite negli impianti sportivi sono cifre risparmiate negli impianti ospedalieri». Citava la medicina assicurativa: prevenire costa meno che curare. E andava oltre. Immaginava un futuro in cui il medico, dopo i farmaci, avrebbe prescritto «questo o quello sport, con questo o quell’altro tempo». Settant’anni dopo, ci siamo arrivati.

Quando lo sport diventa farmaco, qualcosa si spegne

È qui che la buona notizia diventa una domanda. Gedda non era un contabile della salute. Difendeva lo sport partendo da un’altra parte: il corpo come luogo in cui si manifesta la dignità della persona, il gioco come esperienza che non si lascia ridurre a terapia. Il risparmio era un corollario. Non il fondamento.

Il rischio, oggi, è invertire l’ordine. Misurare il calcio dei dodicenni in pressione arteriosa evitata. Pensare al campo come a un ambulatorio a cielo aperto. Quando lo sport diventa esclusivamente «la medicina a più basso costo», qualcosa si spegne in silenzio. Un ragazzino non si iscrive alla società di quartiere per prevenire una patologia. Si iscrive perché vuole giocare. E dal gioco — non dal protocollo — nascono fatica, regola, sconfitta, fischio dell’arbitro, terzo tempo. Tutte cose che non entrano nei calcoli.

Nei campi periferici la ricetta non arriva

Lo si vede già nei numeri. La sedentarietà cala soprattutto tra adulti urbani già motivati, ai quali è facile prescrivere un’ora di palestra. Intanto, nelle parrocchie e nei campi periferici, tenere insieme una squadra Under 14 resta una fatica quotidiana: servono allenatori formati, dirigenti pazienti, famiglie che non scappino alla prima sconfitta. Costa più di una corsetta prescritta in farmacia. Genera meno risparmio immediato, e di un altro tipo: ragazzi che imparano a stare in una squadra, a tollerare un fischio contrario, a rialzarsi.

La notizia del Foro Italico va difesa, non addomesticata. Investire nello sport è una scelta intelligente, e i 17,4 milioni di praticanti continuativi dicono che qualcosa si muove davvero. Ma se la cornice resta solo economica, l’idea che lo sport educhi rischia di ridursi a una frase di cortesia.

Un giorno la ricetta del medico conterrà davvero uno sport. Sarà un progresso. Da quel giorno servirà ancora di più, intorno al campo, qualcuno capace di insegnare a giocare. Non a fare attività fisica: a giocare. È lì che si misurerà se questi 3,16 miliardi avranno fatto davvero la differenza che dicono.

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