salto corda

Lo sport va a scuola, in una regione su venti

Il Friuli Venezia Giulia è la prima regione ad avere una legge organica che integra educazione motoria, inclusione e supporto agli studenti-atleti dall’infanzia alle superiori. Una buona notizia che, letta bene, è la confessione di una colpa nazionale.

In una sala consiliare di Trieste, qualche giorno fa, un nuotatore olimpico ha parlato di compiti in classe. Matteo Restivo non chiedeva voti regalati, chiedeva di non essere discriminato. Attorno a lui altri tre campioni – una schermitrice oro olimpico, una sciatrice di Coppa del Mondo, una paralimpica – ripetevano la stessa cosa. Il Friuli Venezia Giulia ha approvato la prima legge italiana sullo sport nelle scuole, dall’infanzia alle superiori. Nel primo anno hanno aderito il novanta per cento degli istituti, sono state coinvolte 2.500 classi, sono stati assunti settantacinque laureati in scienze motorie. Numeri che raccontano una buona notizia. E, sotto, una molto meno buona: solo lì.

Diciannove regioni su venti: ancora ferme al palo

Da pochi anni l’articolo 33 della Costituzione riconosce «il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva». Da allora, in diciannove regioni su venti, non è cambiato quasi nulla. Le ore di motoria nella primaria continuano a essere affidate alla maestra di italiano. Negli asili, dove i bambini avrebbero più bisogno di muoversi, l’attività motoria strutturata semplicemente non esiste. Nei licei, lo studente-atleta che chiede comprensione per un weekend di gara può ancora sentirsi rispondere che il sostegno dei professori non era da dare per scontato. Come se uno smettesse di essere studente quando indossa una tuta, e di essere persona quando entra in aula.

La legge friulana – un milione e trecentosessantamila euro, settantacinque contratti, una convenzione che mette al lavoro insieme Regione, scuola, università, Coni e Cip – è la prova che si può fare. Basta una volontà politica e qualche milione, non un miracolo. Ma la sua eccezionalità è la confessione di una colpa: per decenni abbiamo parlato di sport educativo nei convegni. Sui banchi delle aule, dove avrebbe dovuto entrare per primo, è rimasto materia accessoria.

Quello che lo sport insegna e la scuola dimentica

C’è una frase, fra quelle pronunciate a Trieste, che vale più di tutta la legge. Lara Della Mea, campionessa tarvisiana di sci alpino, ha detto che lo sport insegna a non vivere una sconfitta come un fallimento. È l’opposto di quello che la scuola italiana media insegna oggi. Là dentro, una bocciatura o un’interrogazione andata male sono un fallimento: archiviato, classificato, segnato sulla pagella. Lo sport invece ti rimette in piedi: l’allenamento di domani esiste a prescindere da ciò che è successo ieri.

La domanda, allora, non è perché in Friuli sia accaduto. È perché altrove ancora non accade. E mentre aspettiamo che accada, ci sono bambini di prima elementare che in questo momento stanno saltando la corda nel cortile con una maestra di italiano che fa quello che può. Stanno facendo sport. Stanno imparando qualcosa. Non lo sanno. E non lo saprà nessuno, finché qualcuno non si deciderà a guardarli davvero.

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