Il calcio professionistico ha trasformato l’arbitro in un ingranaggio costoso e opaco. Su un campo di periferia, una sedicenne fischiava ancora per passione. Le due storie si parlano.
Sessantasei virgola cinque milioni di euro l’anno. È quanto costa il sistema arbitrale italiano. A Lissone, in Brianza, otto sale attrezzate di monitor e maxischermi, ottanta persone ogni domenica a guardare le partite di Serie A. La tecnologia era nata per ridurre gli errori. Nove anni dopo, gli errori non sono diminuiti. Le polemiche sono aumentate. E la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta.
Un sistema che si è rotto da dentro
Il VAR non ha corrotto un sistema sano. Ha amplificato le fragilità di uno già malato.
Un arbitro al VAR in Serie A incassa 1.700 euro a partita. Il compenso fisso annuale oscilla tra 8.000 e 30.000 euro, a seconda di anzianità e status. Ogni fischio pesa due volte: sull’esito della partita e sulla carriera di chi lo emette. In questo spazio stretto – tra ansia da prestazione e bisogno economico – si è incuneato tutto il resto: le graduatorie alterate, le valutazioni opache, le “bussate” tra colleghi per orientare le decisioni. Nell’ambiente si sapeva, dice chi il sistema lo ha vissuto dall’interno. La giustizia sportiva non ha voluto andare a fondo. Ora ci prova quella ordinaria.
Si è costruita un’infrastruttura senza costruire un ambiente. E un ambiente che non funziona corrompe qualsiasi strumento ci metti dentro.
A Venaria, una ragazza e un fischietto
Domenica 26 aprile, a Venaria Reale, una ragazza di sedici anni ha arbitrato una partita di calcio femminile Under 17. Ha fischiato un rigore in pieno recupero. Il Torino ha vinto 4–3. I genitori della squadra di casa hanno aggredito i familiari dell’arbitra in tribuna: la madre spintonata, il padre colpito con un pugno. Il fratellino di dodici anni era lì accanto. Nessun compenso, nessuna carriera in gioco, nessun monitor alle spalle. Solo una passione e un fischietto.
Le due storie non si equivalgono. Ma si parlano.
La funzione è la stessa. Il senso è lo stesso.
Da una parte un sistema che ha trasformato la funzione arbitrale in ingranaggio di interessi economici e correnti di potere. Dall’altra una ragazzina che quella funzione la incarnava nella sua forma più semplice: stare sul campo, far rispettare le regole, permettere alla partita di esistere.
L’arbitro, nella sua origine, non è un controllore. È un custode. Custodisce il senso del limite, la condizione che rende possibile il gioco. Senza regole applicate con credibilità, non c’è competizione: c’è sopraffazione. Questo vale davanti a un monitor da 1.700 euro a partita, e vale su un campetto dove nessuno ti paga nulla. La funzione è la stessa. Il senso è lo stesso.
La deriva del calcio professionistico non è inevitabile. È il risultato di scelte precise: privilegiare la spettacolarizzazione sulla qualità del gioco, il controllo sulla fiducia, la tecnologia sulla formazione. Nel frattempo le società dilettantistiche faticano a trovare arbitri disposti a fischiare una partita di ragazzi. Perché dopo qualche domenica di insulti, molti smettono.
Il problema non è il VAR. È che si è investito in tecnologia senza investire in cultura. E la cultura non si compra con sessantasei milioni l’anno.
Quella sedicenne di Venaria probabilmente non sa nulla di Lissone. Non conosce i compensi, le correnti, le bussate. Sa solo che domenica si è presentata su un campo, ha applicato il regolamento e ha aspettato i carabinieri negli spogliatoi. Speriamo che la prossima domenica torni ad arbitrare. Il sistema ha bisogno di riformarsi. Ma lo sport, quello vero, ha bisogno prima di tutto di lei.

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