carrozzina elettrica

Il fischietto vale quanto gli scarpini

Un ragazzo di quindici anni in carrozzina arbitra una partita di bambini in una periferia milanese. Una scena che dice tutto su cosa significa vivere lo sport.

Bordo campo, una domenica mattina. Erba sintetica, genitori in felpa, bambini che rincorrono un pallone troppo gonfiato. La scena è quella di ogni oratorio d’Italia. Poi arriva lui, su una carrozzina elettrica, con in mano un fischietto e sul petto cucite tre lettere: CSI.

Ha quindici anni e una malattia rara che non gli ha mai permesso di correre. Eppure, quello è il suo campo, e quella partita la sta aspettando da una notte insonne.

Quando fischia il calcio d’inizio, i bambini non si voltano a guardarlo due volte. Lo ascoltano. E lui dirige: segnala, interrompe, riprende il gioco. Senza cartellini, senza bisogno di alzarsi dalla sedia. Basta la voce, la presenza.

Non stava guardando lo sport da fuori. Lo stava vivendo da dentro.

È esattamente questo che ha colpito chi c’era: non l’eccezionalità della cosa, ma la sua normalità. Il ragazzo non era un ospite della partita. Arbitro come arbitro è chiunque altro: con la responsabilità del gioco sulle spalle, la tensione del primo fischio, la soddisfazione del triplice sibilo finale.

Oltre la parola inclusione

C’è una parola che torna spesso quando si parla di sport e disabilità: inclusione. È una buona parola, ma rischia di dire meno di quello che quella scena mostrava. Includere suggerisce che qualcuno venga portato dentro da fuori. Qui era diverso. Quel ragazzo era già dentro, perché il valore sportivo non si misura in passi, salti o centesimi di secondo. È qualcos’altro: il superamento, la relazione, la responsabilità, il desiderio di mettersi alla prova. Cose che una carrozzina non tocca.

Lo diciamo spesso, e forse troppo in fretta: lo sport è per tutti. Ma è davvero così solo quando smette di essere una concessione e diventa una cosa ovvia. Come quel fischietto… una domenica mattina… alla periferia di Milano.

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Una storia davvero toccante. Michele, con le sue “ossa di cristallo” e i nervi d’acciaio, dimostra che la passione per lo sport trova sempre una strada. La sua prima partita diretta — una vittoria netta 9 a 1 — l’ha conclusa senza estrarre un solo cartellino, perché come dice lui stesso, i cartellini li riserva ai simulatori: «Non li sopporto».

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