L’arbitro è una figura spesso fraintesa. Non è il nemico da battere, non è il capro espiatorio da insultare quando il risultato non sorride. È chi permette alla partita di esistere. Senza arbitro non c’è gioco, non c’è regola condivisa, non c’è confronto leale. Togliere credibilità a quella funzione significa sfilare le fondamenta all’intera costruzione sportiva. I numeri sulle aggressioni in Italia sono difficili da ignorare: le segnalazioni crescono ogni stagione, e le categorie giovanili – dove il livello tecnico è basso e le emozioni dei genitori spesso altissime – sono le più colpite. Chi decide di arbitrare a sedici anni lo fa per passione, spesso dopo un percorso formativo serio. Bastano poche domeniche come quella di Venaria per convincerli a smettere.
Quello che i ragazzi vedono, i ragazzi imparano
La violenza sugli spalti non riguarda solo la sicurezza fisica, che è già abbastanza grave. Riguarda il messaggio che viene trasmesso. I ragazzi che giocano osservano. Vedono come reagiscono i propri genitori a un gol subìto, a un fuorigioco contestato, a una sconfitta. E imparano. Se ciò che vedono è una folla che insulta e spinge, capiscono che la rabbia è una risposta legittima alla frustrazione, che le regole valgono solo quando convengono, che chi le fa rispettare merita disprezzo.
Quello che è accaduto a Venaria ha avuto, per fortuna, un risvolto che vale la pena sottolineare. Le calciatrici di casa – le stesse che avevano appena perso – si sono schierate dalla parte giusta. Hanno cercato di fermare i propri genitori. Non è poco. È il segnale che qualcosa nello sport funziona ancora: che i valori trasmessi durante gli allenamenti, settimana dopo settimana, avevano attecchito. Anche sotto pressione.
Lo sport, a tutti i livelli, è una festa condivisa. Può essere intensa, può essere sofferta, può finire in lacrime o in esultanza. Ma resta una festa. Il momento in cui un adulto trasforma la tribuna di un campo giovanile in un campo di battaglia, quella festa finisce. E con lei finisce qualcosa di più difficile da ricostruire: la fiducia che lo sport sia davvero un luogo sicuro dove portare i propri figli. Quella sedicenne con il fischietto ha tenuto il campo fino alla fine, ha scritto il referto con lucidità, ha persino chiesto di premiare le ragazze che avevano arginato i genitori. Poi ha aspettato i carabinieri. Speriamo che la prossima domenica torni ad arbitrare.

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Quando i genitori sugli spalti dimenticano perché sono lì, lo sport perde il suo senso più profondo. Il caso di una sedicenne aggredita per un rigore fischiato racconta qualcosa che va oltre il singolo episodio.
Una partita di calcio giovanile femminile. Domenica pomeriggio. Un rigore fischiato in pieno recupero. La squadra di casa perde di misura. E una ragazza di sedici anni, che arbitrava, si ritrova a fare da scudo ai suoi familiari aggrediti in tribuna, mentre aspetta i carabinieri chiamati da lei stessa, perché nessun dirigente aveva mosso un dito.
Non è cronaca nera. È cronaca sportiva. Episodi del genere succedono ogni settimana, su tanti campi, in tante categorie. Solo in Piemonte si stimano almeno tre casi di violenza ogni cinquecento partite. Il che significa che, mentre leggete questo articolo, da qualche parte sta probabilmente accadendo qualcosa di simile.
«Papà, smettila, mi stai facendo vergognare». Quella frase l’ha urlata una calciatrice del Venaria al proprio genitore, mentre tentava di scavalcare la recinzione per raggiungere il campo. La direttrice di gara l’ha inserita nel referto. Il giudice sportivo l’ha definita emblematica. Lo è davvero, e in modo amaro: a dover frenare gli adulti sono state le ragazze. Non il contrario.
L’arbitro non è il nemico: è chi permette alla partita di esistere
L’arbitro è una figura spesso fraintesa. Non è il nemico da battere, non è il capro espiatorio da insultare quando il risultato non sorride. È chi permette alla partita di esistere. Senza arbitro non c’è gioco, non c’è regola condivisa, non c’è confronto leale. Togliere credibilità a quella funzione significa sfilare le fondamenta all’intera costruzione sportiva. I numeri sulle aggressioni in Italia sono difficili da ignorare: le segnalazioni crescono ogni stagione, e le categorie giovanili – dove il livello tecnico è basso e le emozioni dei genitori spesso altissime – sono le più colpite. Chi decide di arbitrare a sedici anni lo fa per passione, spesso dopo un percorso formativo serio. Bastano poche domeniche come quella di Venaria per convincerli a smettere.
La violenza sugli spalti non riguarda solo la sicurezza fisica, che è già abbastanza grave. Riguarda il messaggio che viene trasmesso. I ragazzi che giocano osservano. Vedono come reagiscono i propri genitori a un gol subìto, a un fuorigioco contestato, a una sconfitta. E imparano. Se ciò che vedono è una folla che insulta e spinge, capiscono che la rabbia è una risposta legittima alla frustrazione, che le regole valgono solo quando convengono, che chi le fa rispettare merita disprezzo.
Quello che è accaduto a Venaria ha avuto, per fortuna, un risvolto che vale la pena sottolineare. Le calciatrici di casa – le stesse che avevano appena perso – si sono schierate dalla parte giusta. Hanno cercato di fermare i propri genitori. Non è poco. È il segnale che qualcosa nello sport funziona ancora: che i valori trasmessi durante gli allenamenti, settimana dopo settimana, avevano attecchito. Anche sotto pressione.
Lo sport, a tutti i livelli, è una festa condivisa. Può essere intensa, può essere sofferta, può finire in lacrime o in esultanza. Ma resta una festa. Il momento in cui un adulto trasforma la tribuna di un campo giovanile in un campo di battaglia, quella festa finisce. E con lei finisce qualcosa di più difficile da ricostruire: la fiducia che lo sport sia davvero un luogo sicuro dove portare i propri figli. Quella sedicenne con il fischietto ha tenuto il campo fino alla fine, ha scritto il referto con lucidità, ha persino chiesto di premiare le ragazze che avevano arginato i genitori. Poi ha aspettato i carabinieri. Speriamo che la prossima domenica torni ad arbitrare.

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