Nel 1944 i Giochi ufficiali saltarono per la guerra. Eppure a Roma liberata, a Losanna e persino nei lager qualcuno li celebrò lo stesso.
A una cena romana, un ospite americano chiede a Mario Tedeschini Lalli di accompagnarlo a vedere i luoghi delle Olimpiadi del 1944. Il giornalista prova a correggerlo: quei Giochi saltarono, Roma li avrebbe ospitati soltanto nel 1960. L’altro insiste. Suo zio Bill, reduce di guerra, gli aveva sempre raccontato di aver vinto un bronzo nel nuoto, proprio in quel 1944. Da quella testardaggine familiare nasce un libro, «Le Olimpiadi del 1944» (Neri Pozza), che riporta alla luce una storia dimenticata.
L’edizione ufficiale, assegnata a Londra, era stata cancellata dal conflitto. L’idea olimpica, però, continuò a circolare in forme minime e improvvisate. A Roma, nell’estate della Liberazione, i soldati della Quinta Armata americana trasformarono il Foro un tempo intitolato a Mussolini in un centro di riposo e vi organizzarono un torneo di atletica, presto ribattezzato «Olimpiadi tascabili». Gareggiavano squadre militari di stanza nel Mediterraneo, da Napoli al Marocco. In una competizione povera di tutto, alcune medaglie erano in realtà orologi da polso. Tra i protagonisti Willie Steele, atleta afroamericano che vinse il salto in lungo e che quattro anni dopo sarebbe stato oro a Londra: per lui, come per molti neri in divisa, quella era una doppia vittoria, contro il fascismo e contro la segregazione che divideva gli stessi reparti alleati. Lo sport, in quei giorni, servì anche da propaganda; eppure teneva in piedi qualcosa di più antico.
A Losanna, sede del Comitato olimpico, la neutralità svizzera permise un’altra celebrazione: gare tra militari internati, un centinaio di uomini di sei nazioni, organizzate da Artur Takac, un giovane ebreo jugoslavo finito in un campo sul lago di Neuchâtel. Tra i concorrenti due italiani noti, il ginnasta Aristide Chezzi e il nuotatore olimpico Antonio Conelli.
La pagina più intensa arriva dai lager tedeschi. Nei campi per ufficiali di Woldenberg e Gross Born furono i prigionieri polacchi a far sventolare i cinque cerchi. Avevano chiesto ai comandanti il permesso di gareggiare, ottenendolo per le sole discipline ritenute innocue: scherma, tiro con l’arco, giavellotto e salto con l’asta restarono vietati. C’era un precedente del 1940, ancora più spoglio: nel campo di Langwasser, di nascosto, una latta piena di grasso fece da braciere per la fiaccola, e una bandiera olimpica venne cucita con un pezzo di camicia di ventisei centimetri per quarantacinque. A Woldenberg i Giochi clandestini furono dedicati a Janusz Kusocinski, oro nei diecimila metri a Los Angeles 1932, fucilato dai tedeschi nel 1940.
Quelle gare restano un dettaglio nella storia del conflitto. Ma provano che il gioco, ridotto a una latta e a un ritaglio di stoffa, resiste dove tutto il resto crolla. Lo zio Bill è morto nel 2016, a novantotto anni. Del suo bronzo rimane incerta ogni traccia; ma le Olimpiadi di cui parlava, quelle sì, erano esistite davvero.
Riferimenti : il Nord Est, Varesenews, 1944 Summer Olympics – Wikipedia, HISTORY, Olympics.com – Kusociński

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