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Un errore, due strade

Chiamati a definire la parola «sport», i ragazzi delle medie vi hanno messo anche la paura di sbagliare: molto dipende da come gli allenatori trattano l’errore.

In un dizionario compilato dai ragazzi delle scuole medie, alla voce «sport» accanto all’energia e al divertimento compare anche la paura. Loro stessi, nero su bianco, hanno scritto il timore di non essere altrettanto bravi, di venire incolpati per un errore della squadra, di restare fuori perché giudicati poco abili. È una delle voci del Piccolo dizionario immaginario delle ragazze e dei ragazzi, progetto per le scuole promosso da Fondazione Pordenonelegge con Treccani. I ragazzi conoscono bene quel lato del campo.

C’è una differenza sottile tra due frasi che un allenatore può dire dopo un pallone perso. Una riguarda il gesto: quel controllo è arrivato lungo, la prossima volta aspetta un tempo in più. L’altra riguarda la persona: sei tagliato per un altro sport. La prima apre un lavoro, indica cosa provare al prossimo allenamento. La seconda chiude una porta, e il ragazzo tende a crederci. Da quel momento la frase inizia a lavorare da sola: chi si sente dire di valere poco impara a rendersi invisibile in partita, a farsi vedere il meno possibile, a tenersi lontano dal rischio. E così, col tempo, l’etichetta finisce per avere ragione.

Resta diffusa l’idea che i ragazzi vadano temprati con la durezza, che una parola tagliente li renda più forti. Sul campo produce l’effetto opposto. Chi teme il marchio smette di provare, e chi smette di provare smette anche di migliorare. Questo lascia intatto il valore di un giudizio onesto: «Hai fatto una brutta partita» può essere vero e perfino utile. La distinzione sta nel punto in cui si indirizza il giudizio: sul gesto da correggere oppure sulla persona da archiviare.

La stessa scelta tocca chi guarda dalla tribuna. Un errore fischiato dagli spalti pesa più di uno corretto a bordo campo, perché arriva davanti a tutti e resta. Il dirigente che dopo la sconfitta parla di cosa ha funzionato, e non solo di chi ha sbagliato, sta insegnando qualcosa di preciso, prima ancora di aprire bocca sul modulo.

Chi allena e chi assiste sceglie ogni volta tra quelle due frasi. Una lascia il ragazzo dentro il gioco, l’altra lo sposta di un passo indietro, dove nessuno gli chiederà più il pallone. La differenza si misura anni dopo, quando quel passo indietro è diventato la sua posizione preferita.

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