A Olimpia, dove nacquero i Giochi, l’idea più antica dello sport resta la più attuale: fermare le guerre. In greco la chiamavano ekecheiria.
Nel 776 a.C., a Olimpia, quando si aprivano i Giochi le armi si posavano. I greci lo chiamavano ekecheiria: alla lettera, “trattenere le mani”.
In quella stessa Olimpia, dal 27 giugno al 1° luglio, quaranta persone – vescovi, dirigenti sportivi, educatori, studiosi – si sono ritrovate per il secondo Simposio promosso dall’Ufficio nazionale della Cei per lo sport, dal titolo “Lo sport generatore di futuro”. Tre parole al centro del confronto: educazione, inclusione, pace.
Non solo parole, però. Proprio il 1° luglio è stato firmato un accordo con il Ministero dello Sport: cinquanta milioni di euro agli oratori italiani, per rimettere in piedi campi e palestre nei quartieri che ne hanno più bisogno. Lo sport che torna dove i ragazzi crescono.
Ma l’idea che resta è la più antica. In un tempo attraversato da troppi conflitti, l’eredità di Olimpia è ancora quella tregua che gli antichi ritenevano sacra. Alla vigilia di Milano-Cortina 2026, Leone XIV l’ha ricordata così: la tregua olimpica è «strumento di speranza, simbolo e profezia di un mondo riconciliato».
Duemilaottocento anni dopo, il gesto più rivoluzionario resta anche il più semplice: fermarsi. Trattenere le mani. E lasciare che, per un attimo, a parlare sia soltanto il gioco.
Che cos’è la tregua olimpica. Nell’antica Grecia, durante i Giochi di Olimpia le ostilità venivano sospese per permettere ad atleti e spettatori di raggiungere il santuario e gareggiare in sicurezza. La chiamavano ekecheiria, «trattenimento delle mani»: una tregua considerata sacra e vincolante per le città. L’idea è sopravvissuta ai millenni: dal 1993 le Nazioni Unite rinnovano un appello alla tregua olimpica prima di ogni edizione dei Giochi.

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