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Nello stadio di Wojtyla

Il 9 maggio, a Nocera Superiore, la prima allenatrice transessuale del calcio italiano è insultata dagli spalti. Lo stadio si chiama “Karol Wojtyla”.

Marina Rinaldi allena la Longobarda Valle dell’Irno di Baronissi. Terza categoria, provincia di Salerno. Il 9 maggio, partita contro la Blue Soccer Academy di Castel San Giorgio. Sugli spalti, secondo il provvedimento del giudice sportivo della Lega Nazionale Dilettanti, i tifosi hanno tenuto «un atteggiamento offensivo e minaccioso», con insulti sessisti rivolti all’allenatrice ospite.

«Non voglio fare la vittima», ha detto Rinaldi. «Ma io e i miei giocatori abbiamo subito un clima pesante fatto di insulti e di odio».

Il nome dello stadio è un dettaglio che pesa. Karol Wojtyla era portiere da ragazzo, sciatore, nuotatore: uno dei pochi papi che avesse conosciuto lo sport dall’interno, dal campo. Su quella esperienza aveva costruito una riflessione precisa, lo sport come spazio in cui si impara a stare con gli altri, a rispettare chi è diverso da te, a misurare se stessi senza umiliare nessuno. Veniva da lì, da un campo come quello di Nocera Superiore.

Il problema è la domanda che ogni comunità sportiva dovrebbe porsi ogni volta che apre i cancelli: chi resta fuori? Quella sera a Nocera Superiore la risposta era arrivata subito, chiara, prima ancora che la partita cominciasse. Quando una comunità sa già chi escludere, significa che ci ha già pensato da tempo, e che il nome inciso sull’ingresso dello stadio è rimasto lettera morta.

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