Le grandi manifestazioni portano a una città miliardi e lavoro. E intanto ne sospendono la vita quotidiana. Due facce dello stesso fenomeno, difficili da tenere insieme.
Arriva una notifica sul telefono: una strada chiusa, il traffico deviato, il centro riorganizzato attorno a una manifestazione. In molte città succede ormai con cadenza quasi settimanale, e Roma ne è diventata l’emblema — una capitale che negli ultimi anni si è trasformata in un palcoscenico permanente di eventi, sportivi, musicali, culturali, al punto che ogni settimana qualcosa la ferma. C’è chi la chiama, con sarcasmo, la Disneyland sul Tevere.
A guardare i conti, però, quella trasformazione è un affare. Uno studio recente ha calcolato che in quattro anni i grandi eventi hanno portato alla città un impatto economico vicino ai dieci miliardi di euro, di cui oltre sette dal solo sport: decine di manifestazioni, milioni di presenze, un moltiplicatore per cui ogni euro speso ne genera più di due. Gli Internazionali di tennis, da soli, in una sola edizione hanno superato i 390 mila spettatori e i 35 milioni d’incasso. Numeri che pagano alberghi, ristoranti, trasporti, e che nessun amministratore può ignorare.
C’è però un’altra contabilità, che nessun grafico misura: quella di chi in quella città ci vive. Gli appuntamenti di lavoro saltati per il traffico, le saracinesche abbassate nei giorni di «zona rossa», i quartieri isolati, gli autobus deviati, la sensazione di essere ospiti indesiderati a casa propria. Nel lessico di questa nuova città tutto è diventato «iconico» — il monumento, la corsa, la sfilata — e la parola stessa tradisce il punto: il luogo non è più qualcosa che si abita, ma uno sfondo davanti a cui si posa.
Ed è qui che la faccenda tocca lo sport da vicino. Una maratona, un torneo, una gara ciclistica nascono come esperienze da attraversare: si corre, si guarda, si partecipa. Quando invece diventano «grandi eventi» da misurare in impatto e valore mediatico, il baricentro si sposta: contano gli spettatori paganti, i diritti, l’indotto, e sullo sfondo resta chi quello sport lo pratica davvero. La stessa città che chiude le strade per far correre una maratona internazionale, spesso, non trova un campo libero per i ragazzi che vorrebbero soltanto giocare.
Sarebbe comodo scegliere una delle due facce e archiviare l’altra. Ma stanno insieme: quei miliardi possono finanziare impianti e servizi, e molti cittadini gli eventi li amano, li aspettano, li vivono. La domanda vera non è se un grande evento faccia bene o male, ma a chi appartiene davvero: a chi partecipa o a chi soltanto assiste.
Resta l’immagine di una città che si riempie di spettatori proprio mentre si svuota dei suoi abitanti, e di uno sport che, nato come modo di stare in un luogo, diventa a volte la ragione per cui da quel luogo si è tenuti fuori. Vale la pena, ogni tanto, chiedersi da che parte della transenna stiamo guardando.
Fonti: The European House–Ambrosetti, grandi eventi a Roma · Internazionali BNL d’Italia 2025

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