Nella corsa più ricca del ciclismo il montepremi vale poco più dell’1% del giro d’affari. Chi produce lo spettacolo è l’ultimo a incassare.
Il vincitore del Tour de France 2026 (in corsa dal 4 al 26 luglio) porterà a casa 500 mila euro. Sembra molto, e lo è, finché non lo si mette accanto a un’altra cifra: il montepremi complessivo della corsa vale circa 2,3 milioni, poco più dell’1% di un giro d’affari stimato in 180 milioni l’anno. Detto altrimenti, la gara di ciclismo più ricca del mondo restituisce ai corridori una frazione minima di ciò che genera, e quest’anno quel montepremi è persino calato rispetto al passato.
Il resto prende altre strade. Circa metà dei ricavi arriva dai diritti televisivi, un’altra fetta importante dalle sponsorizzazioni che trasformano ogni maglia e ogni arco di partenza in uno spazio commerciale, mentre le città pagano decine di migliaia di euro solo per ospitare una partenza o un arrivo. È una macchina solida e redditizia, costruita in oltre un secolo di storia, dentro la quale i corridori restano curiosamente l’ultima voce di spesa. Le squadre, del resto, di quei diritti e di quegli sponsor non ricevono nulla: vivono dei propri, e la distanza tra chi ne trova molti e chi pochi è enorme, dai cinquanta milioni di budget dei grandi gruppi ai poco più di dieci dei più piccoli.
Qui sta il punto. Lo spettacolo cresce, il pubblico lungo le strade aumenta, i ricavi si consolidano, e intanto il gesto che tiene in piedi tutto – un uomo che pedala per ore su un colle dei Pirenei – conta economicamente sempre meno. Non è un problema per Pogačar o per i pochi che dominano la classifica e guadagnano soprattutto altrove, con gli ingaggi. Lo diventa scendendo verso il fondo del gruppo, dove corrono gregari e giovani che di quei 2,3 milioni vedranno le briciole, e ancora di più fuori dal professionismo, dove chi gareggia sul serio spesso mette mano al portafoglio invece di riempirlo.
È lo stesso paradosso che si ritrova, in scala minore, sulle strade di provincia: gare amatoriali con iscrizioni da pagare, rimborsi che non coprono le trasferte, ragazzi che si allenano prima dell’alba e lavorano di giorno. Il ciclismo, più di altri sport, chiede molto a chi lo pratica e restituisce poco, e lo fa mostrando in mondovisione l’esatto contrario, tra opulenza, carovana pubblicitaria e gadget distribuiti a milioni.
Il Tour resterà comunque una delle cose più belle da guardare in estate, e nessuna cifra toglie nulla alla fatica sul Tourmalet. Vale però la pena ricordare, mentre la corsa manda le sue immagini in centonovanta Paesi, che il conto vero lo pagano ancora le gambe, e che a loro, alla fine, torna appena l’uno per cento.
In questi giorni: Pogačar in giallo dopo i Pirenei · perché nel 2026 il montepremi è persino diminuito
Fonti: Tour de France, giro d’affari 180 milioni – Il Sole 24 Ore (via Tuttobiciweb) · La macchina economica del Tour – Sport e Finanza · Super teams da 50 milioni – Velo

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