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Quella finale che non c’era

La finale femminile degli Internazionali di Roma è andata in onda solo in abbonamento. Non è una questione di diritti televisivi: è una questione di scelta. E le scelte che si fanno ogni giorno sulla tv pubblica dicono qualcosa di preciso su chi consideriamo degno di essere visto.

Sabato 17 maggio, al Foro Italico, Coco Gauff e Elina Svitolina hanno giocato la finale femminile degli Internazionali d’Italia. Torneo di casa, campo esaurito, partita di livello. Il giorno dopo Jannik Sinner ha battuto Casper Ruud e tre milioni di italiani lo hanno guardato in chiaro su Tv8. La finale delle donne era disponibile solo in abbonamento Sky. Nessuna norma lo vietava. Quasi nessuno si è sorpreso.

Qualche giorno prima del torneo, l’Ufficio di monitoraggio RAI aveva pubblicato il Report Quinquennale sulla rappresentazione femminile nella programmazione sportiva del servizio pubblico. Il dato centrale: 17 per cento. Uno su sei dei minuti dedicati allo sport in RAI parla di donne che praticano sport. Gli altri cinque no.

Il 17 per cento che diventa paesaggio

Il 17 per cento non è il dato di un’emergenza nuova. È il consolidamento di un’abitudine. Lo sport femminile non è scomparso perché qualcuno ha preso una decisione esplicita di escluderlo: è rimasto fermo mentre il resto cresceva. È il tipo di sparizione che non produce scandalo, quella che avviene lentamente, finché diventa paesaggio.

Il problema del paywall è reale. I diritti degli Internazionali appartengono a Sky in esclusiva fino al 2028. La legge che garantisce la visione in chiaro di semifinali e finali con atleti azzurri è sospesa per i contratti già in essere. Tv8 — canale in chiaro del gruppo Sky — ha fatto un’eccezione per la finale maschile, non per quella femminile. È legittimo. È anche molto eloquente.

Ma fermarsi qui, a Sky e ai contratti, significa fare dell’economia ciò che è cultura. Significa spostare la responsabilità verso un soggetto privato che ha comprato dei diritti e li gestisce come ritiene opportuno, e toglierla a chi non ha nessun diritto da comprare — perché la maggior parte dello sport femminile non è dietro un paywall. È semplicemente assente.

Ci sono campionati di pallavolo, stagioni di basket, di atletica, di scherma, di ciclismo che non richiedono milioni per i diritti. Richiedono una telecamera e qualcuno disposto a commentare con la stessa autorevolezza riservata al calcio di Serie B. La RAI ha tre canali generalisti, decine di testate, radio, piattaforme digitali. Il 17 per cento non è il risultato di un contratto sfavorevole: è il risultato di una lunga serie di scelte minori, di spazi non assegnati, di voci non chiamate, di partite trasmesse a orari in cui anche il silenzio dorme.

Quello che le ragazze non vedono

C’è però un livello ancora più sottile, che i numeri del Report fotografano senza forse rendersene conto del tutto: la questione non riguarda solo le atlete. Riguarda chi guarda. Una ragazza di dodici anni che vuole fare atletica, pallanuoto, judo, cosa trova in televisione? Quali corpi in movimento le vengono mostrati come normali, come possibili? Lo sport che si pratica comincia quasi sempre da qualcosa che si è visto, da qualcuno con cui si è riusciti a identificarsi. Ciò che non appare sullo schermo, difficilmente diventa un’idea concreta di sé.

In questo senso il 17 per cento non descrive solo la programmazione di un’emittente. Descrive un’idea di chi appartiene allo sport e di chi no.

I diritti televisivi si comprano. I pregiudizi, invece, costano meno: bastano trent’anni di scelte editoriali tranquille, mai eclatanti, mai abbastanza gravi da meritare un comunicato. Il risultato è lo stesso.

Nella sala stampa del Foro Italico, dopo il torneo, a qualcuno è stato chiesto di Gauff e Svitolina. La domanda è rimasta in bilico un momento prima che arrivasse la risposta. Non è colpa di nessuno in particolare. È che certe partite, se non le vedi, smetti anche di chiederti come sono andate.

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