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Un tifoso in costume cerimoniale con copricapo di piume e tamburo sugli spalti di uno stadio di calcio

Lo zoologo negli spalti: il calcio letto come una tribù

Copertina di La tribù del calcio di Desmond Morris (Rizzoli, 2016)
Desmond Morris, «La tribù del calcio» (Rizzoli, 2016).

Nel 1981 un etologo entrò in uno stadio come in una foresta sconosciuta e provò a descrivere il calcio con lo sguardo con cui un antropologo studia una tribù remota. Rileggerlo oggi, nell’edizione con la prefazione di José Mourinho, significa chiedersi che cosa teniamo davvero insieme, ogni domenica, dentro quel rito.

Immaginate un equipaggio di alieni che, sorvolando la Terra, si imbatta nella scena: oltre un miliardo di persone smettono per qualche ora qualsiasi cosa stessero facendo e fissano un rettangolo d’erba dove ventidue figure vestite di colori accesi rincorrono una sfera. Che cosa annoterebbero nel diario di bordo? Una danza sacra, una battaglia rituale, una cerimonia religiosa? Da questa domanda, apparentemente ingenua, prende le mosse La tribù del calcio di Desmond Morris, lo zoologo inglese diventato celebre con La scimmia nuda. La mossa di Morris è quella di rendere improvvisamente strano ciò che diamo per scontato: rifiutare la frase «è solo un gioco» e trattare la partita come uno dei comportamenti umani più curiosi dell’intera società moderna.

Zoologo di formazione, Morris entra nei club come un esploratore in una cultura primitiva e vi riconosce la struttura di una piccola tribù: un territorio, i suoi anziani, gli stregoni, gli eroi, i seguaci. Le sue ricognizioni spaziano, con gusto per l’elenco geografico, da Blackpool a Bali, da Manchester a Malta. Il libro, apparso da Jonathan Cape nel 1981 e riproposto in Italia da Rizzoli nel 2016 nella cura di Stefano Chiapello, in un volume illustrato di 335 pagine, è il resoconto di quel lungo lavoro sul campo: non una storia del calcio, ma una sua anatomia rituale.

La tesi centrale è che la partita sia una caccia mascherata. Nella lettura di Morris, l’evoluzione ci ha plasmati come cacciatori — corpo, strategia, cooperazione, coraggio, mira — e quando l’agricoltura rese superflua la caccia per sopravvivere, quell’energia non si spense: passò dai campi all’arena, dal Colosseo agli stadi. Così il cacciatore è diventato il giocatore, l’arma è diventata il pallone, la preda è diventata la porta. Non è un caso, osserva, se ancora diciamo che una squadra «attacca» la porta e che il pallone viene «sparato» in rete. Attorno a questo nucleo Morris dispone i molti volti della partita: caccia rituale e battaglia stilizzata, esibizione di rango, cerimonia religiosa, evento sociale, grande affare e spettacolo teatrale. È qui la parte più affascinante del libro: mostrare quanti significati simbolici si condensino in un gesto tanto elementare come calciare una sfera.

Il limite del metodo

Proprio la forza dell’impianto è però anche il suo prezzo. Ricondurre ogni cosa all’istinto primordiale è suggestivo, ma resta più evocato che dimostrato: la spiegazione biologica illumina l’origine e lascia in ombra la storia, le culture, le differenze concrete tra un tifo e l’altro. La griglia — le fasi, i volti, i ruoli tribali — ordina magnificamente il materiale, ma rischia di irrigidire in schema ciò che nella vita è mescolato. E c’è un’assenza che chi guarda allo sport come esperienza educativa avverte con nitidezza: nel grande affresco del rito, la persona dell’atleta quasi scompare. Morris descrive l’«eroe tribale» come una funzione — la sua personalità, le sue superstizioni, il suo coraggio, la sua sconfitta — più che come un uomo con una biografia. Anche l’edizione aggiornata mostra qua e là le sue cuciture: sopra l’ossatura del 1981 si innestano gli stadi tutti seduti, la sorveglianza televisiva, la globalizzazione del gioco e Mourinho stesso, e la saldatura tra i due tempi non è sempre invisibile.

Che cosa tiene insieme la tribù

Eppure è nelle pagine conclusive che il libro consegna a chi educa la sua intuizione più utile. Morris rivendica lo sguardo dell’osservatore che non giudica: racconta la tribù «con i suoi difetti», virtù e vizi insieme, e ne esce un ritratto più credibile di quello, levigato e rassicurante, che le autorità dello sport amano offrire di sé. La sua conclusione è misurata e per nulla devota: come ogni grande cosa umana, anche il calcio porta dentro di sé il bene e il male, l’estasi e il dolore; ciò che conta non è quello che esso fa di noi, ma quello che noi ne facciamo. È una frase che sposta la responsabilità dallo spettacolo a chi lo abita.

Da qui si vede meglio il cuore educativo del libro, che Morris non enuncia ma lascia affiorare. La tribù tiene insieme energie potenti — l’appartenenza, il bisogno di contare, la spinta a prevalere — e le tiene insieme finché una regola condivisa e un limite accettato le mantengono dentro un confine. Quando quel confine cade, la tribù non diventa più libera: diventa identità che si scarica in violenza. Non a caso Morris registra come i disordini degli stadi siano stati ridotti non spegnendo la passione, ma ricostruendo le condizioni entro cui quella passione resta un rito e non una rissa. L’appartenenza, in sé, non educa nessuno: educa solo quando qualcuno ne custodisce le regole. È una lettura preziosa per allenatori, dirigenti, insegnanti e responsabili associativi, per chiunque abbia a che fare con il pubblico giovane delle curve e degli spogliatoi.

Resta, chiudendo il libro, una domanda che Morris non pone e che tuttavia consegna. La tribù dentro cui cresciamo i nostri ragazzi educa ancora all’appartenenza dentro una regola, o si è ridotta a pura identità, a bisogno di stare da una parte contro un’altra? Lo zoologo non pretende di darci una morale: ci offre, più modestamente, uno specchio deformante e per questo rivelatore, in cui riconoscere la stranezza di ciò che amiamo. Sta a chi allena, arbitra e accompagna decidere se la tribù che alimenta assomigli ancora a una comunità, o abbia già dimenticato perché si erano scelte, un tempo, delle regole.

La scheda

Titolo: La tribù del calcio
Titolo originale: The Soccer Tribe (Jonathan Cape, Londra, 1981)
Autore: Desmond Morris
Prefazione: José Mourinho
Cura e traduzione: Stefano Chiapello
Editore: Rizzoli
Anno: 2016
Pagine: 335, illustrato
Prezzo: € 29,90
ISBN: 9788817086523

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