Nel classico di Huizinga la civiltà nasce dal gioco. Ma quando arriva allo sport moderno, il grande storico olandese consegna un verdetto severo, che chi allena ed educa non può ignorare.
C’è un paradosso nascosto nelle ultime pagine di Homo ludens, e riguarda proprio lo sport. Un libro che per undici capitoli mostra come la civiltà sia nata nel gioco — il diritto, la guerra, la sapienza, la poesia, la filosofia, l’arte tutti letti come forme di gara e di regola condivisa — arriva alla cultura contemporanea e, invece di riconoscere nello sport il trionfo dell’uomo che gioca, gli consegna un verdetto tagliente: lo sport moderno, sostiene Huizinga, ha in gran parte smesso di essere gioco. Per chi allena, dirige società, educa attraverso lo sport, è una frase che merita di essere presa sul serio proprio perché nega ciò che diamo per scontato.
Homo ludens, dello storico olandese Johan Huizinga, è un saggio del 1938, apparso in tedesco ad Amsterdam nel 1939 e in Italia nel 1946. L’edizione Einaudi, nella traduzione di Corinna von Schendel, lo accompagna con l’introduzione di Umberto Eco. Non è un libro sullo sport: è un libro sul gioco come radice della cultura. Ma è impossibile leggerlo, oggi, senza sentirsi interpellati come uomini e donne di sport.
La tesi è dichiarata fin dal titolo del suo discorso originario, che Huizinga volle “sui limiti del gioco e del serio nella cultura”, e che rivendica il genitivo contro la preposizione: non l’elemento ludico “nella” cultura, come qualcosa che le sta accanto, ma il carattere di gioco “della” cultura stessa. Il gioco, scrive, «è più antico della cultura»; precede la parola, l’uomo, perfino l’animale che pure gioca. E ne offre una definizione che è il cuore teorico del libro: un’«azione libera: conscia di non essere presa “sul serio” e situata al di fuori della vita consueta, che nondimeno può impossessarsi totalmente del giocatore» (cap. 1), gratuita, delimitata nel tempo e nello spazio, retta da regole, capace di creare comunità. Da qui la lunga campata storica: la gara come funzione creatrice di cultura, le civiltà lette sub specie ludi.
Il nodo, per noi, è nell’ultimo capitolo. Huizinga riconosce che lo sport, dall’ultimo quarto dell’Ottocento, ha esteso enormemente il suo peso sociale. Ma legge quella crescita come una perdita: «con la sempre crescente sistemazione e col disciplinamento del gioco, va perduto alla lunga qualche cosa della pura qualità ludica». La distinzione tra professionisti e dilettanti, le regole sempre più fini, i campionati, i record, il gergo della stampa sportiva: tutto spinge il gioco verso la serietà, fino a farlo diventare «un elemento sui generis, non più gioco, ma nemmeno serietà». Lo sport moderno avrebbe smarrito il legame con il sacro che nelle culture arcaiche rendeva la gara un atto rituale, e per questo — è la formula più dura del libro — «rimane una funzione sterile in cui è morto in gran parte il tradizionale fattore ludico» (cap. 12). Né le Olimpiadi né le grandi competizioni internazionali, per Huizinga, bastano a farne una forza creatrice di cultura.
È un giudizio che va discusso, non subìto. Colpisce la sua durezza, ma anche i suoi limiti. Huizinga guarda allo sport spettacolo e all’agonismo di vertice, e da lì trae una condanna che rischia di non vedere ciò che accade altrove: nel gioco di parrocchia, nella squadra di quartiere, nell’attività dilettantistica ed educativa dove il risultato conta meno dell’appartenenza. Proprio quel mondo che egli liquida come marginale è invece il luogo in cui la qualità ludica sopravvive, e in cui lo sport torna a essere legame sociale. Il suo pessimismo, figlio dell’Europa del 1938, tende inoltre a contrapporre in modo troppo netto gioco e serietà, come se l’organizzazione fosse solo minaccia e mai custodia. Chi ha visto una regola ben spiegata rendere possibile il confronto tra bambini sa che disciplina e libertà non sono per forza nemiche.
Eppure il sospetto di Huizinga resta fecondo, e qui sta il suo valore educativo. La domanda che consegna è precisa: quando prendiamo il gioco “sempre più sul serio”, che cosa stiamo guadagnando e che cosa stiamo perdendo? Il libro offre un criterio spiazzante: «Per giocare veramente l’uomo, quando gioca, deve ritornare bambino» (cap. 12). Non è invito all’infantilismo — Huizinga lo distingue con nettezza dal “puerilismo”, quella serietà rumorosa fatta di distintivi, tifo, intolleranza e culto della prestazione che imita il gioco senza esserlo. È piuttosto la misura di verità di ogni pratica sportiva: se un allenamento, una partita, una società non lasciano più spazio alla gratuità, alla sorpresa, al piacere disinteressato del giocare, hanno forse conservato la tecnica e perduto l’anima. Non a caso, tra i pochi fenomeni contemporanei che salva, Huizinga colloca l’esperienza educativa dei giovani esploratori di Baden-Powell, «gioco educativo di non ancora adulti»: un’apertura che riguarda da vicino chi fa dello sport uno strumento di crescita.
Il libro non è una lettura comoda. È denso, erudito, a tratti datato nei riferimenti, e chiede al lettore di sostenere un ragionamento lungo prima di arrivare allo sport. Ma è proprio la sua distanza a renderlo utile: costringe l’educatore sportivo a guardarsi allo specchio senza le rassicurazioni della retorica corrente. Non dice che lo sport è gioco; chiede di dimostrarlo, ogni volta, nei fatti. E lascia aperta la domanda più seria di tutte: siamo capaci di far crescere una società, una squadra, un campionato, senza che il gioco muoia di serietà?
La scheda
Titolo: Homo ludens
Autore: Johan Huizinga
Traduzione: Corinna von Schendel
Introduzione: Umberto Eco
Editore: Einaudi (Piccola Biblioteca Einaudi. Nuova serie)
Prima edizione originale: 1938 (in tedesco, Amsterdam 1939) — prima edizione italiana: 1946
Pagine: 258 — ISBN: 9788806162870

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