In «Il calcio è potere» Luca Pisapia legge la storia dei Mondiali come storia del dominio. Un saggio documentato e ostinato, che si apre al gioco gratuito soltanto nelle ultime pagine: proprio dove comincia il lavoro di chi educa.
La notte del 16 luglio 1950 Obdulio Varela ha appena vinto una Coppa del Mondo. Invece di festeggiare, il capitano dell’Uruguay gira per i locali di Rio de Janeiro senza un soldo in tasca e si trova davanti una città in lacrime. Un uomo grande e grosso entra piangendo come un bambino. «Avevamo un titolo, ma cosa importava in confronto a tutta quella tristezza?»: così Osvaldo Soriano fa parlare quel difensore ruvido, meticcio, soprannominato el negro jefe, nato e morto povero a Montevideo.
Con questa scena si apre il terzo capitolo di Il calcio è potere di Luca Pisapia (Einaudi, 2026). È la pagina più bella del libro, e conviene dirlo subito perché il resto del volume argomenta una tesi di segno diverso: il calcio non è mai stato innocente. Pisapia, giornalista già corrispondente da Londra per la Gazzetta dello Sport, oggi redattore di Valori.it e firma del Manifesto, rifiuta l’idea di un’età dell’oro del pallone poi corrotta dal denaro. Il calcio moderno, sostiene, nasce già come dispositivo di disciplina nell’Inghilterra industriale, pensato per incanalare il tempo libero della classe operaia. Citando l’incipit di American Tabloid di James Ellroy, il libro liquida la nostalgia in una riga: «Non è possibile perdere ciò che non si ha fin dall’inizio».
Su questa premessa si costruisce una storia politica del Novecento letta attraverso i Campionati del mondo, da Italia 1934 agli Stati Uniti del 2026. Sette capitoli in tre parti che portano i nomi di tre fasi dell’elaborazione del lutto — Annientamento, Autorità, Accettazione — e al centro un’istituzione: la Fifa, fondata a Parigi nel 1904 come piccolo organismo burocratico e diventata, nel racconto di Pisapia, la multinazionale che amministra il culto più diffuso del pianeta. Un dato fissa le proporzioni: le federazioni affiliate sono 211, gli Stati membri delle Nazioni Unite 193.
Il metodo è dichiarato. Pisapia tratta la partita come un testo e applica al calcio gli strumenti critici che di norma si riservano al cinema o alla letteratura: Barthes e i suoi miti, Hobsbawm e l’invenzione della tradizione, Debord, Foucault, Agamben. È una scelta che colma una lacuna vera, perché il pallone resta il prodotto culturale meno analizzato di tutti. Il contrappeso arriva dagli incipit narrativi — Poe, Soriano, Galeano, DeLillo, Ballard — che aprono ogni capitolo.
Il libro dà il meglio quando la tesi cede il passo alle persone. Rachid Mekhloufi e i compagni che nel 1958 lasciano il campionato francese per formare la nazionale del Fronte di liberazione algerino, una squadra senza partite ufficiali che diventa strumento di indipendenza. Bill Shankly che descrive il suo Liverpool come una squadra di operai: «Il socialismo in cui credo è quello in cui tutti lavorano per gli altri, ognuno con una parte dei frutti. È il modo in cui vedo il calcio, il modo in cui vedo la vita». E la coppia che vale da sola il capitolo quarto, dove Pisapia riprende David Goldblatt per fissare la distanza tra Pelé e Garrincha: «Il Re era ed è venerato, ma Garrincha era amato». Due modi di stare nel gioco e di restare nella memoria: la differenza dice più di molte pagine teoriche.
C’è poi un passaggio che riguarda da vicino chi si occupa di sport educativo, anche se il libro lo lascia sullo sfondo. Analizzando la stagione dei nuovi impianti, Pisapia documenta come il prezzo medio del biglietto nel campionato inglese sia cresciuto di circa il settecento per cento rispetto ai primi anni Novanta, e come questo abbia prodotto un ricambio antropologico: finisce l’era dei tifosi, comincia quella degli spettatori, e negli stadi al posto dei cori arrivano applausi timidi. Più che nostalgia da curva è una domanda su chi possa ancora entrare. Il volume si ferma prima delle quote di iscrizione di una società di quartiere, ma la prepara, e chi lavora nello sport di base sa riconoscerla.
Utile anche quanto il libro osserva sul consumo per frammenti: partite che non si vivono più per intero ma per sintesi, immagini ripetibili all’infinito. Chi allena ragazzini conosce l’effetto di quella grammatica sull’attesa e sulla disponibilità a sopportare una partita che per mezz’ora resta immobile.
Il libro va però discusso anche là dove convince meno, e i punti sono tre. Il primo riguarda l’unilateralità dell’impianto. Ogni fenomeno viene ricondotto alla dialettica tra capitale e lavoro, e il risultato è che la stessa innovazione riceve giudizi opposti a seconda del contesto politico in cui matura: il calcio totale olandese diventa espressione di realismo neoliberale, quello di Shankly a Liverpool una pratica di mutualismo e solidarietà. La suggestione è forte, la dimostrazione meno, e in più punti si ha l’impressione che lo schema preceda l’osservazione anziché derivarne.
Il secondo riguarda la scrittura. La densità delle citazioni teoriche, che nelle pagine migliori sostiene l’argomentazione, altrove la sostituisce: la frase risolutiva è spesso di un altro autore, e il lettore comune rischia di perdere il filo proprio quando il ragionamento diventa decisivo. Ne discende il terzo rilievo, di ordine logico. Formule come quella che identifica il calcio moderno con il calcio del capitale «e quindi del fascismo» sono più efficaci che dimostrate: quel «quindi» copre un salto che il libro lascia aperto, e va letto come una posizione dell’autore più che come un dato acquisito.
Resta l’assenza più vistosa. In 324 pagine dedicate a ciò che il calcio fa alle persone restano quasi sempre fuori campo coloro che il calcio lo tengono in vita ogni giorno: allenatori di base, dirigenti volontari, società di quartiere, oratori, chi il sabato mattina apre un campo e mette in fila dei bambini. Il calcio popolare arriva soltanto nella Nota a margine conclusiva, dove Pisapia tiene a dichiarare il proprio affetto per «il gioco più divertente e diffuso del pianeta, di cui siamo i primi appassionati», e indica una via d’uscita in «un gioco che è nelle strade e nei quartieri, negli spazi e nei tempi sottratti alla logica del profitto», fondato su mutualismo e solidarietà anziché su concorrenza. Sono pagine giuste, e la formula che le chiude è memorabile: «il calcio popolare che si gioca nei sogni bambini è la primavera della libertà». Ma arrivano come dichiarazione d’intenti più che come indagine. Il luogo in cui la tesi del libro potrebbe essere verificata sul campo è proprio quello che il libro lascia inesplorato.
L’effetto collaterale tocca il mestiere educativo. Se ogni cosa è dispositivo del capitale, quale margine resta a chi educa? Una lucidità che si ferma prima di indicare dove agire rischia di consegnare al lettore una forma elegante di rassegnazione. La Nota a margine prova a rispondere, e risponde bene, ma pesa poche pagine sulle 324 del volume.
Ed è qui che si torna a Varela. Quella notte a Rio il capitano dell’Uruguay aveva in tasca il titolo mondiale e in testa una domanda su quanto valesse davvero, davanti alla tristezza di una città intera. È la domanda che il libro consegna a chi educa: che cosa resta del gioco quando si sottrae tutto ciò che di esso si vende. La risposta che Pisapia accenna soltanto — le strade, i quartieri, i tempi sottratti al profitto — è materia quotidiana per chi dirige una società sportiva o accompagna un gruppo di ragazzi. Chi educa lo sa già, che il calcio è anche potere: lo constata ogni volta che un bambino di nove anni ripete in campo un gesto visto in una clip, o che una famiglia rinuncia all’iscrizione perché la quota è troppo alta.
Il volume interessa i dirigenti e gli allenatori con responsabilità formative, gli insegnanti che affrontano con gli studenti la cultura sportiva, i responsabili associativi che si interrogano sul rapporto tra il proprio lavoro e il sistema che li circonda. Chi cerca il racconto tecnico di una squadra o l’epica di un campione troverà altro, e altrove.
Il calcio non è mai stato innocente, sostiene Pisapia, e su questo ha ragioni documentate. Ma proprio per questo il lavoro di chi tiene aperto un campo la domenica mattina non è il residuo nostalgico di un’innocenza perduta: è una scelta, esercitata ogni settimana, su quale calcio meriti di continuare a esistere.
La scheda
Titolo: Il calcio è potere
Autore: Luca Pisapia
Editore: Einaudi
Anno: 2026
Pagine: 324

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