Un pugno premeditato, una mandibola rotta, sedici anni. Quando lo sport perde il suo senso, resta solo una notizia di cronaca. Ma il senso si può ritrovare.
Tatiana lavora in ospedale. Conosce le fratture. Ma guardare suo figlio di sedici anni con la bocca bloccata dalle viti chirurgiche, trenta giorni di prognosi davanti, è un’altra cosa. «Come si può arrivare a questo per una partita di calcio?» chiede. È la domanda giusta. Ed è una domanda per tutti, ben oltre quel campo.
Un ragazzo si alza dalla panchina, percorre decine di metri, raggiunge l’avversario e lo colpisce in faccia. Con premeditazione. Quel dettaglio cambia tutto: dentro quella sequenza, qualcuno aveva già trasformato l’avversario in un nemico. E quella trasformazione matura lentamente, nel tempo, negli ambienti frequentati, negli esempi ricevuti.
L’avversario come compagno di crescita: la visione che cambia tutto
C’è una visione dello sport che dice esattamente il contrario, e che vale la pena di ribadire ad alta voce. L’avversario è un compagno di crescita. La competizione serve a misurare se stessi. Il campo è il luogo in cui si impara a perdere con dignità, a vincere con misura, a rispettare le regole anche quando bruciano. Questa visione è concreta, praticabile, e produce persone migliori prima ancora che atleti migliori.
Gli adulti intorno ai campi — allenatori, dirigenti, genitori — hanno in mano qualcosa di prezioso ogni volta che accompagnano un ragazzo in campo. La responsabilità è formare prima di vincere, costruire ambienti in cui il limite venga riconosciuto e rispettato, essere presenze credibili che trasmettono con i comportamenti ciò che le parole da sole portano via.
La società dell’aggressore ha detto che manderà il ragazzo dallo psicologo. Bene. Ma Tatiana ha centrato il punto con una domanda secca: «Prima dove erano?». Lo sport educativo risponde proprio lì, prima. Negli allenamenti, negli spogliatoi, nelle piccole scelte quotidiane di ogni adulto responsabile.
Suo figlio ha detto: «Non sarà una frattura a farmi smettere di giocare». Ha sedici anni e sa già cos’è lo sport. Quella chiarezza merita adulti all’altezza.
Leggi anche:

Lascia un commento