Esistono appassionati di allenamento intensivo. Lo ritengono più importante e gratificante della competizione stessa. Le assolutizzazioni fanno sempre male. Andare oltre è fonte di equilibrio.
La dedizione ad allenamenti duri, in vista di competizioni particolarmente impegnative (maratone, triathlon estremo, prove di resistenza Ironman) racchiude valori importanti e dinamiche identitarie preziose. Contiene anche il rischio di assolutizzare le cose, a discapito della salute, del senso e delle relazioni interpersonali. Elementi, quest’ultimi, da cui lo sport non può prescindere.
I praticanti dediti a discipline atleticamente onerose sono raddoppiati negli ultimi anni. Tra gli elementi che danno impulso alla tendenza, viene enumerato l’utilizzo di smartwach e app per il fitness. Anche in questo caso numeri di utenze raddoppiate. Tutti intenti a monitorare pressione, battito cardiaco, ritmo, velocità, carico… e prestazioni altrui. Limiti da ridefinire, traguardi da raggiungere a prescindere dalle competizioni.
La fascia di età maggiormente dedita a tali pratiche si colloca tra i 20 e i 30 anni, forse alla ricerca di traguardi di maturità alternativi a quelli classici (matrimonio, figli, carriera stabile, casa di proprietà).
In gioco più identità che salute. Ma proprio il benessere personale è un tema a rischio. Se è vero che per molti l’allenamento intensivo è motivo di felicità, è altrettanto vero che in caso di eccessi, i risultati saranno stanchezza costante, vulnerabilità alle malattie, rischio di infortuni. “Meno e meglio” potrebbe diventare uno slogan correttivo, a tutela della salute e di un decente quadro di relazioni interpersonali.
Gli esperti raccomandano l’importanza di un sano equilibrio, senza smarrire la visione di insieme: se lavoro e famiglia passano in secondo piano, è stato superato il limite.
Spesso le motivazioni risiedono in una volontà di controllo, gratificante, il poter realizzare qualcosa che dipenda solo dal protagonista. Ma voler essere un assoluto e insieme superarsi, è una contraddizione.
Per evitare gli assoluti (e ricondurli a consone dimensioni) può essere utilmente praticata una permanente attenzione al superamento. Andare oltre, superare il limite, la sconfitta, il fisico che non sopporta più. Superare sempre, trascendere.
Per avere in ogni caso un traguardo ulteriore, senza rovinarsi la salute, è necessario considerare seriamente il proprio corpo e le proprie finalità più radicate, quelle comprensive dell’intero “io” umano. Se la linea di trascendenza non ha questa portata di valori e di identità aperta, invece di trovare sentieri per una crescita capace di sconfinare nell’infinito, ci si spezza. Sarebbe come imboccare di corsa un vicolo cieco, tortuoso, certi che ci sarà sempre un altro tratto aperto dopo ogni svolta, finché il muro finale toglierà ogni illusione di ulteriori superamenti.
Corpo e finalità, insieme, generano equilibrio e trascendenza.
Il corpo a tutelare chi siamo, con la sua fisicità bellissima e limitata. Il corpo che definisce una identità reale, che rende possibile il rapporto con gli altri e il gesto atletico che appassiona. Dimensione da cui non è possibile prescindere, il corpo educa ad andare oltre, in profondità e ampiezza. Il tennista, che ad un passo dalla vittoria, non ce la fa più a restare in campo, riceve dal proprio corpo il segnale di un limite forse trascurato, tra allenamenti, traguardi, classifiche, premi. Proprio in quel momento di debolezza, l’atleta può apprendere che andare oltre non ha una direzione unica. Allenandosi ancora di più, cercando cause e rimedi, con tecniche e cure lecite, guadagnerà forse un’ora di gioco ma ci sarà sempre un momento in cui il corpo dirà: “stop”.
Né fermi né ostinati su percorsi senza via di uscita. La trascendenza ha bisogno di una finalità congrua che tuteli salute, identità, mondo relazionale. Per prolungare un cammino “sportivo”, ricco di senso e di esperienze gratificanti, c’è bisogno di profondità ed ampiezza (varietà, cambiamenti). Gli assoluti cancellano questi due elementi e vanificano ogni sforzo.
L’allenamento conferma questa considerazione. L’intensità è l’elemento più importante per fare progressi nella preparazione per una attività sportiva ed è un elemento di “profondità”. È anche vero che gli allenamenti richiedono varietà, ad ampio spettro, andando a cogliere, con equilibrio, componenti molteplici.
Per mantenere attiva la trascendenza, l’andare oltre, il superare, è necessaria la prospettiva di una finalità infinita. Irraggiungibile per definizione (almeno nella versione terrena dell’esistenza umana) tale finalità è sempre presente, rinnovandosi ad ogni tappa intermedia. Apre nuovamente il cammino sia dopo una vittoria sia dopo una sconfitta. C’è ancora mare, navigare sarà sempre una opzione. Tale infinito può avere tanti nomi: Dio (come per Luigi Gedda, fondatore del Centro Sportivo Italiano) oppure Bene supremo, Pienezza di felicità, Competizione eterna e vincente… l’importante è che faccia progredire, sperimentare un bene autentico e rispettoso, migliori le relazioni e promuova i diritti umani.
La finalità infinita non si raggiunge mai e nello stesso tempo è un traguardo che si gode ad ogni istante. Lo sport è per sua natura orientato ad una finalità infinita. Cerchiamo di non impoverirlo e saremo premiati ogni giorno.

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