Nel Sud Pontino una ventina di braccianti pakistani e indiani gioca a cricket: su quel campo l’appartenenza arriva prima della cittadinanza.
In una cittadina del basso Lazio una ventina di uomini venuti dal Pakistan e dall’India si ritrova a giocare a cricket. È lo sport della loro infanzia, da noi poco praticato e nei loro Paesi diffuso quanto il calcio. Molti lavorano nelle campagne dell’Agro pontino o fanno consegne; il tempo per allenarsi lo trovano la domenica, quando la squadra si riunisce. Attorno a quel gioco, con gli anni, è nata una comunità.
A raccontarlo, in un reportage sul Sud Pontino, è Paolo De Arcangelis, l’avvocato che ne coordina la squadra, nata dentro il progetto di inclusione dell’Atletico Diritti. Racconta di aver cambiato il proprio sguardo: era abituato a considerare quegli uomini soprattutto come manodopera agricola, e vederli giocare gli ha mostrato altro. Lo sport, dice, è un linguaggio universale, capace di attraversare le barriere dove le parole si fermano. Su un campo un giocatore vale per come batte e come lancia, prima ancora che per un documento: una forma di uguaglianza che altrove non è così immediata.
Per anni hanno giocato senza un terreno proprio, allenandosi dove capitava: persino nel piazzale che la domenica mattina ospita il mercato, dove la partita cominciava una volta smontati i banchi. È un dettaglio che dice come nasce, dal basso, un pezzo d’integrazione, nello spazio lasciato libero dagli altri. Quel campo di fortuna è bastato a tenere insieme il gruppo e ad attirare chi arrivava.
Amir ha ventisette anni; è arrivato dal Kashmir passando per Frosinone, studia al mattino e fa consegne al pomeriggio. Poteva stabilirsi altrove, e si è fermato qui per una ragione che dice molto: «Tra tanti posti ho scelto questo perché qui c’è la mia comunità». È un ordine rovesciato rispetto a quello che diamo per scontato: prima l’appartenenza, poi il documento che la certifica. La comunità loro l’hanno già; alle istituzioni resta il riconoscimento.
Restano i figli. Nati e cresciuti in Italia, italiani nei fatti prima ancora che sulla carta, guardano i padri e i fratelli maggiori e chiedono la mazza anche loro. Bilawal, il capitano, li indica con orgoglio e un po’ di rammarico: «Hanno passione e talento: vorrei soltanto che avessero la possibilità di coltivarli». Ciò che manca è concreto e limitato: un campo vero, un allenatore, un minimo di sostegno. Il talento e la voglia ci sono già; il resto dipende da chi decide gli spazi e gli investimenti dello sport di base.
Il cricket in Italia
La federazione. Il cricket italiano è retto dalla Federazione Cricket Italiana (FCrI), Disciplina Sportiva Associata del CONI e affiliata all’International Cricket Council (ICC). In Italia ha una storia di circa mezzo secolo.
La qualificazione. Il 12 luglio 2025, nel qualificatore europeo giocato nei Paesi Bassi, l’Italia si è qualificata per la prima volta alla Coppa del Mondo T20 maschile: decisivo il quoziente punti (net run rate) dopo la storica vittoria sulla Scozia.
Il Mondiale, e come è andata. La fase finale si è disputata in India e Sri Lanka tra febbraio e marzo 2026. L’Italia, inserita nel Girone C con Bangladesh, Inghilterra, Nepal e West Indies, al suo esordio assoluto ha colto la prima vittoria iridata della sua storia battendo il Nepal (12 febbraio). La sconfitta con l’Inghilterra, il 16 febbraio, ne ha poi decretato l’eliminazione: gli azzurri sono usciti nella fase a gironi, ma con un risultato che resta un piccolo spartiacque per il movimento.
Le radici. Buona parte del movimento italiano è cresciuta nelle comunità di origine sud-asiatica, che hanno dato vita a molte squadre locali.

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