Gli altri esistono veramente. È una tipica affermazione apparentemente banale. Certo che gli altri esistono. Ma la questione, molto seria, riguarda il “veramente”.
Non si dubita circa il fatto dell’altrui esistenza, ma vale la pena soffermarsi a considerare le relazioni tra esseri umani, la qualità di queste e quindi la loro verità.
Spesso, infatti, accade che si costringa l’altro dentro la cornice di quello che si vorrebbe che fosse, non rispettando diversità e unicità. La naturale competitività delle relazioni viene celata sotto le mentite spoglie dell’inclinazione ad aiutare, educare, favorire… (a garanzia di una posizione personale dominante). “Fare” del bene identifica spesso un certo tipo di azioni “altruistiche”, ma “essere” saggi e buoni, agendo di conseguenza, è tutt’altra questione ed è quello che, agli altri, necessita veramente.
Non è quindi scontato che, nell’agire umano, vi sia la verità dell’altro, accolta e rispettata, nella sua diversità e unicità.
L’animo sportivo, che plasma l’umana natura, offre un prezioso contributo nell’educare e risanare le alterazioni negative di un sereno incontro con gli altri.
Rispetto dell’alterità, sana competizione, essere con gli altri, sono frutti nobili dell’attività sportiva.
Con evidenza iconica, negli sport di squadra, la differenza dell’alterità ha il colore di una maglia. Con idonee normative a tutela di una diversità palese, si esclude la confusione tra i due gruppi. Riconoscere con evidenza l’altro come distinto e differente non è solo funzionale al gioco.
Rendere così esplicito l’elemento distintivo, offre la possibilità, concreta, di sperimentarne profondamente la bellezza e coniugarne i valori. Un regolamento ben fatto, umile e paziente, può accompagnare coesistenze naturali: competizione e collaborazione, rivalità e prossimità, limiti e superamento.
La medesima dinamica, rivelativa ed educativa, emerge come frutto dell’animo sportivo nel discernere e vivere la dimensione competitiva delle relazioni.
Essere in competizione non costituisce di per sé una anomalia o un disturbo nella coesistenza. Non esserne coscienti, e mascherare tale realtà con giustificazioni relative ad aiuto, compito educativo, ruoli guida… è dannoso per gli altri e per sé stessi. È una dimensione che, in modo sintetico ed efficace, viene attribuita, nei Promessi Sposi, a donna Prassede: “per una certa supposizione in confuso, che chi fa più del suo dovere possa far più di quel che avrebbe diritto” (cap. 25).
Sportivamente parlando, il superamento agonistico non deve accadere mettendo i piedi in testa all’avversario. La connaturale foga della competizione non giustifica comportamenti illeciti.
Una volontà distorta di affermazione personale, finisce con il prevaricare, illecitamente, sugli altri. L’avversario, anche nella competizione sportiva, può diventare oggetto strumentale di un fine senza alterità: supremazia, arroganza, disprezzo. Una sterile affermazione di se stessi.
È di nuovo il prezioso e umile regolamento a rendere esplicito e vivibile il normale spirito competitivo. In una gara è ovvio che vi sia agonismo e volontà di prevalere sugli altri. La presenza di norme che tutelano lo svolgimento del gioco e la sua valenza relazionale, permettono di averne lucida coscienza e coglierne i frutti migliori.
L’altro, presenza necessaria in ogni competere, è tutelato nella pari dignità. Nessun giocatore è “strumentale”. La mazza è indispensabile per giocare a baseball, ma la presenza di un avversario incarna un differente livello di necessità.
L’attività sportiva identifica, esplicita, educa, una grandissima quantità di aspetti umani. Realtà quotidiane del mondo relazionale che spesso risultano malintese e sviate, distorte e occultate.
“Ciò che si fa” in un campo di gioco non va separato da “chi si è” negli atteggiamenti e nelle relazioni fuori dal campo. Sono dimensioni inseparabili e come tali vanno allenate ed espresse.
Un campione egocentrico potrà forse vincere molti trofei ma impoverisce se stesso e lo sport.
Nella cornice esplicita dell’attività sportiva, l’incontro con l’altro è inevitabile ed evidente. Compito dell’atleta (e di tutte le figure che interagiscono, dall’allenatore ai dirigenti, dai tifosi ai magazzinieri…) è di riconoscere la pari dignità e dare il meglio di sé, nell’evidente dialogo della competizione.
Di una mazza da baseball, o di una racchetta da tennis, giustamente si analizza il dato performante a beneficio dell’utilizzatore. Con i compagni di gioco (tutti, a prescindere dal colore della maglia), si riconosce una profonda dignità comune e irrinunciabile.
Persone che si mettono in gioco, persone che vincono o perdono, persone diverse e sempre preziose, persone vive e vivificanti.

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