In una finale di beach volley un allenatore afferra le sue atlete per «dare la scossa». Il punto è semplice: il corpo di chi gioca non si tocca.
Sono passati alcuni giorni. L’allenatore ha detto che rivedrà i suoi metodi, le atlete hanno ridimensionato, la Coppa è stata assegnata e il clamore si è spento. Torniamo a parlarne proprio adesso, a bocce ferme, perché è quando la notizia sbiadisce che un gesto simile rischia di depositarsi come normale.
Diciamolo con calma, perché è la cosa che conta di più: per correggere un’atleta non si usa la mano addosso. Vale in campo come in palestra, con le professioniste come con le ragazzine del sabato. Il corpo di chi gioca è suo, e resta fuori dal metodo dell’allenatore.
Le atlete difendono il tecnico: «È una comunicazione che conosciamo bene e fa parte del nostro rapporto». Lavorano con lui da anni. Ma che loro lo accettino non cambia le cose: un gesto sbagliato resta sbagliato anche quando nessuno protesta.
Di solito si giustifica tutto con una frase: «è la dinamica di campo». E sotto quell’etichetta passa di tutto, dagli urlacci allo strattone. Ma la gara non sospende il rispetto. Un metodo che per funzionare deve sempre alzare il tiro, dal pizzicotto all’urlo allo strattone, ha già perso la strada.
E chi guarda impara. In tribuna ci sono ragazzini che tra qualche anno saranno lì sotto rete. Se il tecnico «che tiene» è quello che mette le mani addosso, la lezione che si portano a casa è che funziona così.
«Inaccettabile», l’ha chiamato la Federazione. La parola è giusta e non va addolcita. Un allenatore corregge con l’esempio, con la competenza, con l’autorevolezza. Il corpo delle sue atlete non va toccato.
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