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Calciatrici in azione, calcio femminile e molestie nello sport

L’alchimista del male

A Prato un allenatore di calcio femminile ha chiesto alle sue giocatrici di rompere una gamba a una compagna. Quattro anni di squalifica non bastano a spiegare cosa è andato storto.

Il 18 novembre 2024, durante un allenamento del CSL Prato Social Club, l’allenatore della squadra femminile convocò tre calciatrici e chiese loro di fare una cosa precisa: procurare un infortunio grave a una loro compagna. Toglierla dal campo. Quando le tre rifiutarono, la richiesta cambiò forma ma non sostanza: isolatela, finché non se ne va da sola.

Il motivo era di quelli che si incontrano spesso nello sport che eccede i suoi confini: un genitore con peso economico sulla società voleva che sua figlia giocasse titolare. L’allenatore aveva trovato la soluzione.

La Corte Federale d’Appello della Figc ha confermato la squalifica di quattro anni. Al presidente del club sei mesi, per non aver vigilato. Sanzione anche per il responsabile del safeguarding — la figura preposta alla protezione delle atlete da episodi come questo.

Quattro anni è una pena seria. La notizia vera, però, viene prima della sentenza. È che in uno spogliatoio di calcio femminile, in una squadra di ragazze, qualcuno investito di autorità educativa ha trasformato il gruppo in uno strumento di eliminazione. Ha chiesto alla squadra di tradire una compagna. Ha usato il campo – il posto in cui si dovrebbe imparare a stare insieme, a perdere, a fidarsi – come teatro di una piccola vendetta adulta.

Quattro anni cancellano la tessera, difficilmente l’esempio. Quelle tre ragazze sanno adesso che esiste qualcuno disposto a fare quella richiesta. Che uno spogliatoio può diventare un posto molto diverso da quello in cui pensano di essere entrate.

Le tre ragazze hanno detto no. È la notizia migliore di questa storia. Il merito è interamente loro. Resta da capire perché quel coraggio sia stato necessario.

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