Dai suoi campi sono passati Panatta, Bertolucci e Zugarelli: ritratto dell’allenatore che pensava il tennis a partire dalla corsa.
Nel 1962 Mario Belardinelli aprì un settore tennistico dentro la Scuola nazionale di atletica leggera di Formia. Due campi accanto alle piste dove si preparavano i mezzofondisti azzurri, e una manciata di ragazzi con la racchetta. L’idea che stava sotto quella scelta si riassume in una frase: il tennis è atletica con una racchetta in mano, e un giocatore si costruisce a partire da come corre.
All’epoca era una posizione di minoranza. Nei circoli si insegnavano il dritto e il rovescio, e la preparazione fisica restava affidata al buonsenso di ciascuno. A Formia i ragazzi trovarono il lavoro quotidiano che appartiene all’atletica: ripetute, cronometri, tabelle, e adulti che facevano quel mestiere su altri corpi, a pochi metri di distanza. Da quei campi sono passati Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli, Vincenzo Franchitti, Massimo Di Domenico, e in parte Corrado Barazzutti.
Belardinelli era nato a Roma nel 1919. Da giocatore aveva raggiunto gli ottavi al Roland Garros del 1947 e vinto sette titoli italiani fra doppio maschile e doppio misto, poi aveva smesso nel 1957. Dal 1972 al 1984 fu responsabile tecnico della nazionale, con l’interruzione del 1977. Restò a Formia, dove morì nel 1998.
Il 19 dicembre 1976 l’Italia batteva il Cile per 4 a 1 all’Estadio Nacional di Santiago. Tre di quei quattro giocatori venivano dai campi di Formia. Di quella settimana si ricordano soprattutto il dibattito sull’opportunità di partire, la maglietta rossa del doppio, il Cile arrivato in finale perché l’Unione Sovietica aveva rifiutato di giocare la semifinale contro il regime di Pinochet. Il libro di Eliana Di Caro, in libreria dall’11 settembre, ricostruisce quel groviglio di sport e politica: c’entra anche il tennis, e c’entra il paese che stava cambiando.
Fra l’apertura di quei due campi e l’insalatiera passano quattordici anni. Un centro giudicato sulla stagione successiva sarebbe stato chiuso molto prima; e un ragazzo di quindici anni, in quel sistema, aveva ancora davanti un decennio di lavoro prima di essere qualcuno. Il tempo lungo era una condizione ordinaria, che i dirigenti dell’epoca accettavano come si accetta il clima.
Quel metodo aveva anche un prezzo. Chiedeva ai ragazzi di lasciare casa presto, sceglieva pochi fra molti, e la stessa Federazione, nel 1977, mise il suo tecnico da parte per un anno. Rimane una cosa che allora sembrava normale e che oggi conviene guardare: Formia era un luogo pubblico, condiviso con un altro sport, dove il tennista imparava a correre osservando chi correva per mestiere. La formazione stava dentro una comunità di adulti, invece che sulle spalle di un solo allenatore.
Chi in questi giorni prende in mano un gruppo di ragazzi in una società di provincia lavora su un’altra scala. Ha però davanti la stessa domanda di Belardinelli nel 1962: quanti anni mi do.
Il libro
Eliana Di Caro, L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambia, il Mulino, 152 pagine, 15 euro, in libreria dall’11 settembre 2026. Ricostruisce la finale di Santiago e il clima politico italiano attraverso i ritratti dei sei protagonisti: il tecnico Belardinelli, il capitano non giocatore Nicola Pietrangeli e i quattro giocatori. Fra le fonti, il Fondo Gianni Clerici conservato nella sede bresciana dell’Università Cattolica, che comprende anche le registrazioni radiofoniche dell’epoca.
Le date
1962: nasce il settore tennistico alla Scuola nazionale di atletica leggera di Formia. 1972: Belardinelli diventa responsabile tecnico della nazionale, incarico che tiene fino al 1984 con la parentesi del 1977. 17-19 dicembre 1976: finale di Coppa Davis all’Estadio Nacional di Santiago, Italia-Cile 4-1. 19 gennaio 1998: Belardinelli muore a Formia.

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