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Il bosco che aspetta

Cinque mesi dopo i Giochi Olimpici invernali, il versante della pista da bob aspetta ancora gli alberi promessi. Vent’anni fa Torino 2006 aveva già insegnato qualcosa.

All’inizio di luglio, cinque mesi dopo la chiusura di Milano-Cortina, è arrivato l’aggiornamento sui cantieri olimpici. Tra le opere ancora da completare figura la piantumazione che deve sostituire i larici tagliati per la pista da bob di Cortina. Nel bosco di Ronco, nel 2024, sono caduti circa cinquecento alberi, molti secolari; il piano di compensazione prevede seimila nuove piante. Gran parte della messa a dimora, però, è prevista solo a cantiere concluso, tra le opere di legacy che si allungano fino al 2033. Per ora il terreno resta spoglio.

Vale la pena ricordare come si è arrivati fin qui. Quando Milano e Cortina si candidarono, nel 2019, la pista da bob era indicata come impianto già esistente, da sistemare con i 47 milioni previsti in origine. Poi i conti sono cambiati: due gare d’appalto andarono deserte nell’estate del 2023, il CONI arrivò a valutare di spostare le gare all’estero, e Svizzera e Austria offrirono le loro piste, già pronte. I ministeri preferirono costruire in Italia. Il risultato è un impianto nuovo, tirato su in tempi record, costato quasi centoventi milioni di euro.

C’era un precedente che avrebbe meritato attenzione. Vent’anni fa, per Torino 2006, l’Italia aveva già costruito una pista da bob, a Cesana Torinese, spendendo oltre cento milioni. La usò per i pochi giorni dei Giochi, poi la lasciò: dal 2012 è in abbandono, perché tenerla in funzione — cinquanta tonnellate di ammoniaca per il ghiaccio — costava intorno a un milione e trecentomila euro l’anno. Ora se ne è decisa la demolizione: nove milioni di euro, lavori al via nel 2026. Nel mondo sono pochissimi gli atleti che corrono in bob, e ancora meno le piste capaci di mantenersi. La lezione di Cesana era lì, e nessuno l’ha raccolta.

È qui che una vicenda di cantieri diventa una questione che riguarda lo sport per davvero. Un grande evento vive di scadenze: poco più di due settimane di gare, una data, un cronoprogramma da rispettare a ogni costo. L’educazione sportiva insegna il contrario — ad avere pazienza, a costruire cose destinate a durare, a misurare le proprie forze e i propri mezzi. Chi allena dei ragazzi lo sa bene: i risultati arrivano piano, si sbaglia, si ricomincia, e spesso i frutti li raccoglie qualcun altro. Abbattere in pochi giorni alberi cresciuti in due secoli, per un impianto che rischia di restare vuoto, è il contrario di ciò che lo sport, quando educa, cerca di insegnare.

Restano gli alberi da piantare. Cresceranno lentamente, come è giusto che sia: i bambini che oggi hanno dieci anni, tornando lassù da adulti, troveranno forse un bosco nuovo al posto di quello tagliato. Sarebbe la cosa migliore che questi Giochi possano lasciare. Purché, almeno questa, la promessa venga mantenuta.

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