A Piazza di Siena il palco finale ai ragazzi disabili del San Raffaele. Sul Giro, 5.000 romani sulle stesse strade di Vingegaard. Lo sport quando allarga il cerchio.
A Piazza di Siena, nell’edizione del centenario del Concorso Ippico Internazionale, c’erano 77mila spettatori, un montepremi da 500mila euro, cavalieri da 38 paesi. La cerimonia di chiusura è stata affidata ai ragazzi del centro di riabilitazione equestre San Raffaele di Viterbo, fondato quarant’anni fa: bambini e ragazzi con e senza disabilità, in sella agli Haflinger, insieme sullo stesso campo dove poco prima gareggiavano i migliori cavalieri del mondo. Non come ospiti. Come protagonisti del momento finale.
Lo stesso giorno, a Roma, sulle stesse strade della tappa finale pedalavano 5.000 romani della Family Ride – famiglie, appassionati, gente comune – lungo il circuito che di lì a poco avrebbe visto sfilare Jonas Vingegaard in maglia rosa.
Non era un caso isolato. Per tutta la durata del Giro, il Giro-E Enel aveva portato in parallelo quasi 2.000 ciclisti amatori sulle stesse salite dei professionisti, tappa dopo tappa, con le stesse cerimonie di partenza, lo stesso foglio firma, le stesse strade chiuse al traffico. Due corse diverse, stesso percorso.
Sono tre immagini di una domenica di sport italiano. Non raccontano vittorie né record. Raccontano qualcosa di più raro: lo sport come spazio in cui il confine tra chi compete e chi guarda si assottiglia fino a sparire. In cui il palco viene ceduto a chi di solito siede in tribuna o non c’è affatto.
Vale la pena chiedersi quanta parte di quello che oggi chiamiamo sport funziona ancora così. E quanta, invece, è diventata solo contenuto da scorrere.

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