I runner dell’Africa orientale vincono le maratone.
Nelle classifiche compilate nel 2025 dalla World athletics (la federazione internazionale dell’atletica leggera) ai primi cento posti di quella maschile e di quella femminile, c’erano rispettivamente 69 atleti e 74 atlete provenienti dall’Etiopia e da altri paesi dell’Africa orientale, come Kenya, Uganda, Eritrea e Tanzania.
Predisposizione naturale? Forse. Certamente è il risultato di allenamenti svolti con sapienza antica e soprattutto in un contesto di condivisione, allenandosi in gruppo.
La tecnologia non è assente nell’altopiano etiopico, ma è usata in modo selettivo e non ha l’ultima parola. Ben diversa la tendenza più “scientifica”, che mira a considerare un numero crescente di variabili fisiologiche, definendo allenamenti individualizzati e pianificati nei minimi dettagli.
Negli allenamenti collettivi c’è un aspetto di superamento, trascendente appunto, di grande interesse. Si tratta di “condividere la propria energia” con i compagni di squadra.
Valutare lo sforzo dell’allenamento è considerato un impegno collettivo ed esige grande fiducia negli altri.
La dimensione individuale di un allenamento calibrato su ogni singolo atleta, colloca il medesimo dentro una sorta di bolla isolata. L’energia viene misurata, proporzionata, equilibrata, ma non socializzata. Non va oltre il singolo, non lo trascende.
In Etiopia l’energia è concepita come una sostanza limitata che dev’essere attentamente monitorata e protetta: una sostanza “transcorporea”, che può fluire tra le persone, e tra le persone e l’ambiente.
L’abilità più importante di un fondista è la capacità di correre in modo tale da salvaguardare la propria energia e quella degli altri. Lo sforzo e il suo monitoraggio, la ricerca di un equilibrio tra il blando e l’estremo, diventa una responsabilità collettiva. Se l’energia totale è percepita come limitata, bisogna essere attenti alle proporzioni: il vantaggio di un singolo atleta comporterebbe necessariamente uno svantaggio per un altro. Una complessa e fondata etica dell’allenamento, garantisce la condivisione dell’energia nel modo più uniforme possibile.
In qualsiasi condizione di allenamento, anche da soli e non sull’altopiano etiopico, essere coscienti e sperimentare la dimensione “transcorporea” dei propri sforzi è una meraviglia agonistica.
Non è sano né vincente concepire lo sport perdendo di vista le relazioni umane. Il meglio di sé nasce da una energia condivisa. Oltrepassare il cerchio del proprio “io”, è la premessa necessaria per una competizione davvero vincente.
per approfondire: https://www.internazionale.it/magazine/michael-crawley/2026/07/02/qual-e-il-segreto-dei-corridori-etiopi

Lascia un commento