In vasca la prova è uguale per tutti: un piccolo spaccato di società in cui il carattere viene a galla.
Basta fermarsi qualche minuto sul bordo di una piscina comunale per accorgersi che, dentro l’acqua, non ci muoviamo tutti allo stesso modo.
C’è chi entra e comincia subito a nuotare, e chi prima dispone sul bordo occhialini, cuffia, tavoletta e pull buoy. Qualcuno conta le vasche o guarda di continuo il cronometro, qualcun altro procede lento e assorto, come se l’orologio non lo riguardasse. Ci sono i veloci che superano tutti, quelli che sembrano avere come unico scopo raggiungere la parete opposta, e poi chi parla, chi si ferma a metà corsia, chi gioca, e chi per un’ora intera non alza mai la testa dall’acqua. A guardarli viene spontanea una domanda: quanto di ciò che siamo nella vita entra in acqua con noi?
La piscina come specchio
È la domanda da cui parte Lara Fritzsche in un articolo uscito sul Süddeutsche Zeitung Magazin e ripreso da Internazionale. L’autrice guarda alla piscina come a un piccolo spaccato della società: nella stessa acqua convivono tecniche precise e bracciate frenetiche, respiri calmi e nuotate rumorose, sognatori e persone che occupano la corsia come se fosse tutta loro.
Forse qualcosa di noi resta riconoscibile anche mentre facciamo sport. Il competitivo cerca qualcuno da superare anche quando nessuno ha dichiarato una gara, il metodico ha bisogno di sapere quante vasche ha percorso, l’impaziente fatica ad adattarsi al ritmo di chi lo precede. E chi nella vita sa concedersi tempo, probabilmente sa farlo anche in acqua. Fermarsi qui, però, sarebbe troppo comodo: ridurrebbe lo sport a uno specchio, in cui vediamo soltanto ciò che siamo già.
Ma lo sport può cambiarci
Su questo Fritzsche coglie nel segno: la sua carrellata di nuotatori è esatta, ognuno porta in acqua il proprio carattere. Convince meno la conclusione a cui arriva, perché si ferma lì, allo specchio. L’acqua non si limita a riflettere: resiste, detta regole, chiede di adattarsi. E ciò che ci mette alla prova può anche cambiarci. Vale la pena, allora, andare oltre: in una vasca si può entrare in un modo e uscirne, almeno un poco, diversi.
Il nuoto lo mostra bene, perché obbliga ad accettare qualcosa che non dipende dalla nostra volontà. L’acqua impone di respirare al momento giusto, di trovare un ritmo, di coordinare gesti che sulla terraferma sarebbero innaturali. Si possono agitare le braccia quanto si vuole, ma combattere l’acqua serve soprattutto a stancarsi prima; conviene, almeno in parte, assecondarla.
È una lezione che vale ben oltre la piscina. Ci sono discipline in cui si impara ad accelerare e altre in cui bisogna saper aspettare, giornate in cui il corpo risponde e giornate in cui ricorda i suoi limiti. La prestazione misura la velocità, i centimetri, i punti segnati, ma lascia fuori buona parte di ciò che nel frattempo accade dentro chi la compie.
Il silenzio ritrovato
Nel nuoto, poi, sopravvive un’esperienza ormai rara: il silenzio. Sott’acqua il mondo cambia suono, restano gli schizzi, qualche gorgoglio e soprattutto il rumore del proprio respiro. È una condizione che rende il nuoto uno sport solitario e, proprio per questo, capace di raccoglimento. Le nostre giornate sono piene di parole, messaggi e notifiche, e persino camminando o correndo teniamo spesso qualcosa nelle orecchie; in acqua, per qualche vasca, restano soltanto il fiato e i pensieri.
Visti da sotto, ci somigliamo
Si capisce allora perché la piscina sia entrata tante volte in letteratura come luogo di solitudine e di scoperta di sé. Fritzsche ricorda 22 vasche di Caroline Wahl, romanzo in cui la nuotata quotidiana diventa un gesto semplice e necessario: la protagonista si siede sul fondo e osserva le gambe di chi si muove sopra di lei. Dalla superficie quei corpi appaiono diversissimi, ma visti da sotto i loro movimenti finiscono per somigliarsi.
Fuori dall’acqua facciamo molto per distinguerci: gli abiti, il lavoro, il ruolo, l’automobile, gli oggetti e perfino i luoghi che frequentiamo costruiscono di continuo differenze. In piscina gran parte di queste informazioni resta nello spogliatoio, e restano soprattutto i corpi – giovani e anziani, allenati e impacciati, veloci e lenti – tutti sottoposti alla stessa acqua e tutti costretti, prima o poi, a prendere fiato.
Un luogo democratico
Per questo una piscina può diventare un luogo sorprendentemente democratico. Le differenze contano meno: nella stessa corsia possono trovarsi il dirigente e il pensionato, l’atleta e chi ha cominciato la settimana scorsa, chi insegue un record e chi nuota semplicemente perché gli fa bene. Tutti devono condividere lo spazio, rispettare una direzione, accorgersi di chi hanno accanto. Anche questo è sport.
Ed è il punto in cui il discorso esce dalla piscina. Il modo in cui giochiamo, perdiamo, vinciamo, aspettiamo un compagno o reagiamo a un errore racconta qualcosa di noi: sul campo emergono qualità e fragilità che nella vita di tutti i giorni riusciamo a tenere più nascoste.
Quello che non entra in classifica
Per questo una società sportiva dovrebbe interessarsi non solo a ciò che un atleta riesce a fare, ma a ciò che diventa mentre lo fa. Ha imparato ad aspettare? Sa reggere la fatica, perdere senza sentirsi sconfitto come persona, riconoscere chi gli sta accanto, sentirsi accolto? Sono domande che nessuna classifica registra, e che pure dicono forse la parte più importante dell’esperienza sportiva.
Se guardiamo solo il risultato, vedremo sempre chi è arrivato primo e chi ultimo, chi ha nuotato cento vasche e chi venti. Ma lo sport non si esaurisce nel cronometro: accade anche in quella zona meno visibile in cui una persona scopre qualcosa di sé, incontra un limite, impara una regola, cambia un’abitudine.
Alla fine tutti escono dall’acqua. Qualcuno avrà nuotato più forte, qualcuno avrà fatto più vasche, qualcun altro non le avrà nemmeno contate. Da fuori sembra facile dire chi è stato più bravo. Resta però una domanda meno comoda: chi è uscito dall’acqua un po’ diverso da come vi era entrato?
Fonte commentata: Lara Fritzsche, Dimmi come nuoti e ti dirò chi sei, Süddeutsche Zeitung Magazin / Internazionale n. 1679, 21 agosto 2026 (Internazionale.it). Approfondimento per il lettore: la scheda del romanzo 22 vasche di Caroline Wahl, Neri Pozza (neripozza.it).
Il libro. 22 vasche è l’esordio di Caroline Wahl: uscito in Germania nel 2023 come 22 Bahnen, è diventato un caso editoriale. In Italia lo pubblica Neri Pozza nella traduzione di Scilla Forti. Nel 2024 l’autrice ha pubblicato un secondo romanzo, Windstärke 17, entrato nella shortlist del premio dei librai indipendenti tedeschi.
La piscina nella letteratura. Il nuoto ha una piccola tradizione letteraria: il racconto The Swimmer di John Cheever (1964), in cui un uomo torna a casa attraversando a nuoto le piscine dei vicini; Waterlog di Roger Deakin (1999), diario di un viaggio a nuoto per fiumi e laghi d’Inghilterra; Swimming Studies di Leanne Shapton (2012), memoir di un’ex nuotatrice agonista. Tre libri diversi, uniti dall’idea dell’acqua come spazio di pensiero.

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