Cobolli perde la finale del Roland Garros, poi sale sul palco e dice che sono state le due settimane più belle della sua vita.
Nel quarto set del Roland Garros, il corpo di Flavio Cobolli ha ceduto. Crampi al polpaccio nel tie-break, poi qualcosa al quadricipite. Ha chiuso gli occhi e ha continuato a giocare. Zverev ha vinto la finale al quinto set con un parziale impietoso.
Poi Cobolli è salito sul palco e ha cominciato a parlare. Ha detto che erano state le due settimane più belle della sua vita. Ha guardato Zverev e gli ha chiesto, ridendo, di lasciargli vincere la prossima. Ha detto di sentirsi onorato di stare accanto ad Adriano Panatta, un campione di un’altra generazione, conosciuto solo attraverso i racconti. Ha ricordato sua madre, che per anni lo portava agli allenamenti mentre il padre era una presenza lontana: lo vedeva solo a cena, e fino ai diciassette anni era lei la sua guida quotidiana. Ha concluso, con una semplicità disarmante, di sentirsi all’altezza di quel giorno, di essersi guadagnato ogni centimetro di quella finale.
Era il resoconto autentico di chi conosce la differenza tra perdere una partita e perdere se stesso. Ha scelto di uscire da Parigi col sorriso, come se fosse una decisione consapevole, il frutto di un lavoro fatto anche dentro.
Qualcuno, negli anni, ha allenato anche questo. E si vede.

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