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A Las Vegas, tolto il limite, tolto lo sport

Dal 21 al 24 maggio si corrono gli Enhanced Games: doping legale sotto supervisione medica, 250mila dollari a vittoria, un milione per chi batte un record. Non è il futuro dello sport. È uno specchio scomodo del modo in cui abbiamo cominciato a pensarlo, anche da noi.

Un nuotatore entra in vasca. Venti secondi e ottantanove centesimi dopo, ne esce con un milione di dollari. È accaduto davvero, l’anno scorso in North Carolina: il greco Kristian Gkolomeev ha migliorato il record sui 50 stile libero, non in via ufficiale, ma in un evento privato, facendo uso di sostanze dopanti. Era il prologo. Dal 21 al 24 maggio, al Resorts World di Las Vegas, si corrono gli Enhanced Games: nuoto, atletica, sollevamento pesi, qualsiasi sostanza approvata dalla Fda ammessa in gara sotto supervisione medica, nessun antidoping. Finanziano Peter Thiel, Donald Trump Jr., il miliardario del biotech Christian Angermayer. Hanno firmato una quarantina di atleti. Tra loro Ben Proud, argento olimpico a Parigi 2024.

A Las Vegas non c’è sport potenziato: c’è sport senza limite

Il dibattito si è acceso sui binari prevedibili: scandalo etico o futuro inevitabile. Sbagliano entrambi. A Las Vegas non c’è uno sport potenziato. C’è uno sport a cui è stato tolto il limite. E senza limite, di sport non resta nulla. Resta una prestazione, cioè un numero. Resta uno spettacolo, cioè un prodotto. Ma il gesto sportivo – la bracciata che taglia l’acqua, la pedana che regge i quattrocento chili, la curva corsa al massimo di un corpo umano– è leggibile solo dentro un perimetro. La regola, il confine biologico, l’avversario non sono ostacoli che lo sport sopporta. Sono ciò che lo rende sport.

Si dirà: scelgono loro. Vero. Ma il punto non è morale, è strutturale. Quando James Magnussen annuncia di volersi dopare «fino alle branchie» per un record, non sta superando se stesso: sta superando il proprio corpo. Non gareggia con un avversario: gareggia con la chimica di un altro. Lo schermo è identico, il contenuto è cambiato. Meriterebbe un altro nome.

Lo stesso movimento logico, anche nei nostri campi

Qualcuno obietterà che questo riguarda Las Vegas, non l’allenatore che il mercoledì alle cinque mette su il riscaldamento agli Esordienti. Riguarda anche lui, e di più. Perché la logica che a Las Vegas si celebra in chiaro è la stessa che si insinua, in forma diluita, sulle nostre tribune: l’idea che la prestazione sia separabile dal corpo e dalla biografia che la producono. L’integratore proposto al sedicenne perché «così rende di più». Il bambino di nove anni che deve già scegliere una specialità. Il dirigente che a giugno conta i tornei vinti, non i ragazzi che hanno smesso. In piccolo, fanno lo stesso movimento dei finanziatori del Resorts World: trattano il gesto come un prodotto staccabile dalla persona.

La differenza vera, in uno spogliatoio come in vasca, non sta in cosa si fa. Sta nel come e nel perché. Due Under 16 corrono lo stesso schema: una lo fa per imparare a stare in campo con sé e con gli altri, l’altra per produrre un risultato presentabile sul gruppo whatsapp dei genitori. Sono due sport diversi, anche se l’arbitro è lo stesso.

Per questo gli Enhanced Games non sono il futuro dello sport. Ne sono la liquidazione contabile. E ogni volta che, sui campi della domenica, si chiede solo «chi ha vinto» e mai «come si è giocato», quel modello — anche senza siringhe — è già in partita.

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