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orban verona rissa tifoso

Vietato in tribuna, non in campo

Un anno di Daspo a un calciatore che ha aggredito un tifoso. Ma il divieto lo tocca solo da spettatore: giocare potrà ancora. E per un dilettante sarebbe andata diversamente.

Il 9 luglio il Questore di Verona ha firmato un Daspo di un anno nei confronti di Gift Orban. Fin qui una misura ordinaria: di divieti di accesso alle manifestazioni sportive se ne emettono a centinaia. La particolarità è che Orban non è un ultrà, ma un calciatore, l’attaccante che fino a poche settimane fa vestiva la maglia dell’Hellas. Il provvedimento nasce da quanto accaduto il 19 aprile, all’uscita dal Bentegodi dopo la sconfitta col Milan: un tifoso gli chiede una foto, lui rifiuta seccato, gli animi si scaldano e la scena finisce con un sostenitore del Verona colpito e un ragazzino travolto nella calca.

Qui la vicenda prende una piega curiosa. Il Daspo vieta a Orban di entrare in qualsiasi stadio, ma soltanto da spettatore: non tocca la sua attività professionale. Potrà cioè giocare regolarmente, magari in Serie A, dove il mercato lo dà tra i nomi possibili, ma non potrà sedersi in tribuna a vedere una partita. Un divieto che colpisce l’uomo e risparmia il calciatore, come se le due figure abitassero corpi diversi.

Basta però spostarsi di qualche categoria perché tutto cambi. Se lo stesso pugno lo avesse tirato un giocatore di Terza categoria o di un torneo amatoriale, il Daspo lo avrebbe tenuto fuori da ogni cosa: non solo dalle tribune, ma anche dal campo. La differenza non è di gravità, è di diritto. Per Orban giocare è un lavoro, e il lavoro è tutelato dalla Costituzione: nessun provvedimento amministrativo può impedirgli di esercitare il mestiere da cui ricava di che vivere. Per il dilettante, invece, scendere in campo è passione e tempo libero, un diritto anch’esso, ma non quello, più solido, al lavoro. Così chi gioca per divertimento, se sbaglia, paga più di chi gioca per contratto.

C’è poi un secondo rovesciamento, meno giuridico e più scomodo. Di solito il Daspo allontana dagli stadi chi, dalla curva, trasforma il tifo in violenza; l’immagine consueta vuole il pericolo sugli spalti e i giocatori da proteggere. Stavolta la mano è partita dal campo, davanti agli stessi tifosi che di lunedì vengono descritti come il problema, e non perché il tifoso fosse innocente, dato che pare tutto sia partito da un colpo dato alla sua auto. Le colpe, fuori dagli stadi, si mescolano. Ma chi indossa la maglia non è un tifoso più bravo: è qualcuno il cui gesto viene imitato prima ancora di essere giudicato.

Orban è tornato in Germania e ricomincerà altrove, con una multa da 4.500 euro e un danno d’immagine che il tempo assorbe: in campo, dove conta davvero, potrà rientrare quando vuole. Chi in quello stesso aprile avesse tirato un pugno in un campetto di provincia, per un anno resterebbe fuori da tutto. Lo stesso gesto, due misure diverse, a seconda che il pallone sia un lavoro o soltanto una passione.

Approfondimento · Professionisti e dilettanti davanti al Daspo
Il Daspo (art. 6 della legge 401/1989) è deciso dal Questore e vieta l’accesso ai luoghi delle manifestazioni sportive. La Cassazione, con la sentenza 35481 del 2021, ha stabilito che il divieto può colpire anche chi gioca e non solo il pubblico, a una condizione: che non sia un professionista. Per l’atleta professionista la misura non può toccare l’attività lavorativa, tutelata dagli articoli 1 e 35 della Costituzione, e vale perciò solo da spettatore. Per il dilettante, che dallo sport non trae reddito, il divieto si estende a tutto — né tribune né partite — e violarlo è reato.

In questi giorni: il Daspo di un anno a Orban · il Daspo al dilettante (Cass. 35481/2021)

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