Oggi il titolo per stare con i ragazzi si ottiene in fretta. Vale la pena chiedersi se basta.
Capita di imbattersi in un corso, riconosciuto e a norma, che prepara a seguire bambini dai tre ai quattordici anni: sedici lezioni video, qualche dispensa, orario libero, un esame finale. Altrove la qualifica di istruttore arriva in ventiquattro ore, o in un fine settimana. Sono proposte nate per rispondere a una richiesta precisa: dalla riforma dello sport chi allena in una società deve possedere un titolo riconosciuto, e da qualche anno è un obbligo. Fin qui, nulla di strano.
La questione arriva dopo, e riguarda il senso più che gli adempimenti. Essere in regola e sapersi preparare possono restare due cose distinte, e con i ragazzi la differenza si avverte.
I percorsi più esigenti sembrano averlo presente. Prevedono prove d’ingresso, esami seri, un tirocinio seguito da un tutor, i primi mesi al fianco di un tecnico più esperto: una competenza che matura nel tempo, invece di essere consegnata in un pomeriggio.
C’è poi un altro tasto dolente, che merita di essere sfiorato con tatto. In certi ambienti delle arti marziali capita che i dan, i gradi che dovrebbero segnare anni di studio, vengano conferiti con verifiche sommarie e, in cambio, con esborsi tutt’altro che leggeri. Il grado diventa allora più una ricevuta che un traguardo.
Il nodo, alla fine, non sta nella legittimità di questi corsi, che è fuori discussione. Sta nella loro qualità, perché ogni offerta formativa ricade, prima o poi, sui ragazzi che avremo davanti.
È verso quella qualità che conviene orientarsi.

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