Uno studio su 1.200 ragazzi lombardi conferma i benefici psicologici del gioco. Ma ridurlo a una cura rischia di togliergli proprio ciò che lo rende utile.
Uno studio presentato il 2 luglio a Palazzo Lombardia ha misurato quello che allenatori e insegnanti vedono da sempre. Su oltre 1.200 ragazzi delle scuole medie, tra gli 11 e i 14 anni, distribuiti fra Milano, l’hinterland e la Valtellina, chi pratica sport con regolarità risulta meno solo (4,9% contro 9%), meno spesso triste (8,1% contro 16,9%), più capace di concentrarsi sui compiti e meglio accettato dai coetanei. Numeri netti, che confermano una cosa semplice: muoversi insieme fa bene, e fa bene soprattutto alla testa.
Il modo in cui questi dati vengono raccontati, però, merita attenzione. Nelle presentazioni e nei titoli lo sport diventa «scudo», «antidoto», «fattore protettivo» contro il disagio: il lessico è quello della farmacia più che del campo. È comprensibile, perché di fronte alla sofferenza psicologica dei ragazzi si cerca qualcosa che funzioni, ma quando un gioco viene descritto come una cura da somministrare, qualcosa si perde: si smette di guardarlo per quello che è e lo si valuta solo per gli effetti che produce.
Ed è proprio qui che si annida un equivoco. Un ragazzo non va in palestra o al campetto per abbassare la propria percentuale di tristezza; ci va perché gli piace, perché ci sono gli amici, perché segnare un canestro o nuotare una vasca ha un senso per sé. I benefici che lo studio registra nascono da lì, dal gioco vissuto senza secondi fini, non da un’attività prescritta per stare meglio. Se l’adulto rovescia il ragionamento – pratica sport così eviti il disagio – rischia di trasformare il divertimento in un compito, e i ragazzi se ne accorgono subito.
Lo stesso studio, del resto, offre l’indizio più prezioso quasi di sfuggita: gli allenatori e gli insegnanti legati alle società sportive si accorgono prima degli altri quando un ragazzo sta male. Non è la corsa in sé a proteggere, ma la rete di persone che intorno a quella corsa lo guardano, lo aspettano, notano che oggi è più silenzioso del solito. È un lavoro lento, poco misurabile, che nessun grafico restituisce fino in fondo.
I dati di Palazzo Lombardia restano una buona notizia, e vanno presi sul serio: servono a ricordare che vale la pena finanziare palestre, orari, allenatori preparati. Il momento in cui lo sport funziona davvero, però, è quando smette di essere utile a qualcos’altro e torna a essere semplicemente una partita. È il paradosso con cui chi lavora con i ragazzi fa i conti ogni pomeriggio.
In questi giorni: lo sport «antidoto» al disagio dei giovani lombardi · i risultati dello studio «Sport per Crescere»

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