Li applaudiamo in piedi e ci commuoviamo: poi spegniamo la tv…
Le Paralimpiadi di Parigi si sono chiuse quasi due anni fa, e la prossima – Los Angeles 2028 – è ancora lontana; in mezzo c’è un lungo silenzio. È il momento buono per tornarci, perché è a riflettori spenti, quando non c’è più niente da tifare, che si capisce davvero cosa è rimasto.
Durante quelle gare gli atleti compivano imprese vere e per quelle il pubblico si alzava in piedi, ammirato. Troppo spesso, però, il racconto televisivo si soffermava sulla storia più che sulla gara – l’incidente, la rinascita, il coraggio – così che di quelle imprese restava la commozione e non il gesto atletico: del tempo, della tecnica, della tattica non restava traccia. Era il momento in cui l’atleta smetteva di essere un atleta.
Non è un’osservazione nuova. Più di dieci anni fa un’attivista australiana in carrozzina, Stella Young, diede un nome a questo sguardo: inspiration porn, la commozione a buon mercato che usa una persona disabile per far sentire migliori tutti gli altri.
Sembra l’opposto dell’indifferenza, e invece le somiglia: commuoversi per il coraggio è un modo elegante per non trattare qualcuno da pari. Da pari lo si può criticare, vederlo perdere, giudicarlo in una giornata storta senza sentirsi in colpa; il piedistallo, invece, mette al riparo da tutto questo, e per quanto alto resta un posto dove si sta soli.
Le parole, qui, pesano. “Supereroe”, “guerriero” suonano come elogi, e intanto cancellano la fatica degli allenamenti e il bisogno di aiuto, che non è una colpa ma una condizione umana come un’altra. Un eroe non chiede niente a nessuno; una persona sì. Chi viene messo troppo in alto perde il permesso di essere normale.
Poi c’è l’ipocrisia che si tocca con mano, e sta fuori dallo stadio: due settimane di applausi in mondovisione, e per il resto dell’anno la piscina di quartiere senza sollevatore, la palestra senza rampa, lo spogliatoio inagibile. Applaudire a Parigi e lasciare inaccessibile la via di casa dice qual è la priorità vera: la scena, non la persona che un giorno qualunque avrebbe soltanto bisogno di una porta più larga.
Il rispetto è più esigente della commozione: vuol dire sport serio – allenatori preparati, regolamenti rispettati, avversari veri, la possibilità di vincere e quella di essere battuti. Vuol dire anche smettere di idealizzarli, perché nessuno è un modello a tempo pieno: c’è chi molla, chi litiga, chi bara, chi è prepotente, chi è semplicemente antipatico. Riconoscere a qualcuno la stessa dignità significa concedergli anche l’ordinarietà: il diritto di sbagliare, di non ispirare nessuno, di essere una persona qualunque.
Non chiamateli eroi. Solo, semplicemente, atleti.

Per approfondire
- Nicla Panciera, «È sport, punto»: gli atleti paralimpici contro pietismi ed eroismi dello storytelling, Vita, 6 marzo 2026 — la ricerca dell’Università di Bologna (17 atleti paralimpici italiani): la narrazione “privilegia la disabilità rispetto alle prestazioni sportive”.
- Il racconto dello sport paralimpico è cambiato, Il Post, 28 agosto 2024 — come atleti, emittenti (Channel 4, Rai) e sponsor stanno abbandonando la retorica dei “superumani”.
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