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gedda lo sport 1931 copertina

Molto prima del CSI, Gedda aveva già trovato lo sport

Nel 1931, tredici anni prima del Centro Sportivo Italiano, il giovane medico Luigi Gedda dedica allo sport un libro intero.

Luigi Gedda è ricordato come il fondatore del Centro Sportivo Italiano, nel 1944. Il suo incontro con lo sport, però, è più antico di tredici anni. Nel 1931, giovane medico, pubblica per Vita e Pensiero un libro dal titolo asciutto: Lo Sport.

Non è un gesto solitario. Il volume esce nella collana «I Quaderni del cattolicismo contemporaneo», e ad aprirlo è una nota di padre Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica. In quella collezione, scrive, «non poteva mancare un volumetto sugli sports»: la passione per lo sport è ormai così grande nella vita dei giovani che a un cattolico si impone una domanda, quale giudizio darne. Gemelli presenta l’autore come «un giovane medico» e affida il libro al lettore con una riga di fiducia: «Ascoltiamolo».

Lo scheletro e il cuore

Il libro ragiona con la precisione di chi ha studiato medicina. Gedda ricorre alla radioscopia: come i raggi X rivelano, sotto la pelle, uno scheletro e un cuore, così accade con lo sport. Lo scheletro è ciò che lo rende accettabile a tutti: l’educazione fisica, la salute, il beneficio che ognuno riconosce. Ma uno sport ridotto a questo, avverte, sarebbe «uno spaventapasseri con le braccia desolatamente aperte». Sotto lo scheletro batte dell’altro. Il cuore, per Gedda, è «il gusto della gara»: un piacere tutto psicologico, lontano da ogni ragione di salute, che accende il desiderio di gareggiare, di essere primi, di battere un record. È lì la ragione per cui la gente lo sport lo ama davvero.

È un pensiero che anticipa di un secolo il modo in cui oggi parliamo di agonismo e di superamento. E va letto per ciò che è: il momento in cui un medico comincia a capire che lo sport vive nel corpo allenato, ma arriva più in là, fino a qualcosa che somiglia al desiderio.

Il cane messo a guardia dei campi

Poi, nell’ultima pagina, il libro cambia voce. Fino a lì Gedda ha argomentato e discusso; ora parla di sé. Dichiara di amare il proprio secolo così com’è, con la radio a onde corte, il cinema sonoro, l’architettura razionalista, la televisione e lo sport. Eppure, in quelle pagine, ha scritto anche parole dure contro ciò che insidia lo sport, e teme che il lettore lo prenda per un nemico. Allora si difende con un’immagine. Nella banlieue di Parigi i cancelli portano la targa «chien méchant», cane cattivo: il padrone la fissa proprio sul cane che lo difenderebbe fino alla morte. Gedda si sente così. Messo di guardia all’uscio che dà sui campi, ha udito il passo felpato del ladro venuto a rubare ciò che il passato ci ha lasciato di prezioso, e gli ha abbaiato contro. Se per questo lo diranno cattivo, ha già la risposta: «Ho pagato, mi sembra, un debito d’amore».

Aveva ventinove anni e nessuna carica da difendere. Eppure allo sport aveva già dato più di una teoria: la fedeltà di chi lo tiene d’occhio proprio perché gli vuole bene. Quel debito, lo avrebbe onorato per tutta la vita.

Il libro

Luigi Gedda, Lo Sport. Milano, «Vita e Pensiero», 1931; collana «I Quaderni del cattolicismo contemporaneo». Poco più di cento pagine, prezzo di copertina tre lire, finito di stampare il 12 giugno 1931. In apertura, la nota «Al lettore» di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica, che volle un volume sullo sport dentro quella collana.

Dentro. Sette capitoli (Il problema, Presa di quota, Radioscopia, Lo scheletro dello sport, Il cuore dello sport, Corollari, Sotto vento), costruiti su un’unica immagine: «radiografare» lo sport per distinguerne lo scheletro, cioè l’educazione fisica e la salute, dal cuore, «il gusto della gara».

L’autore. Luigi Gedda (1902-2000), medico e genetista, firma qui il suo primo libro dedicato allo sport. Tredici anni dopo, nel 1944, fonderà il Centro Sportivo Italiano; sarà poi tra le figure di primo piano del laicato cattolico del Novecento.

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