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Le bocce, uno sport a misura di ogni corpo

Dalla prima società fondata a Torino nel 1873 alle 1.466 di oggi: un secolo e mezzo di gioco che non seleziona per età né per taglia.

Marco Bugiardino, delegato provinciale della Federazione Italiana Bocce per Milano, fino a pochi anni fa pesava centottantotto chili e giocava in categoria A, la più alta. Marco Luraghi, cinquant’anni, era terzino nella Primavera del Brescia con Pirlo e Baronio e nelle giovanili azzurre con Totti, Nesta e Buffon: una schiena rotta gli ha chiuso il calcio a ventotto anni, e nel 2001 era campione italiano individuale di bocce, nel 2007 campione del mondo a squadre. In Molise ci sono ultranovantenni ancora tesserati.

Sono biografie possibili perché la fatica, qui, è distribuita in modo diverso. Servono ore di cammino sulle corsie, centinaia di flessioni della schiena e delle ginocchia, la memoria delle pendenze del terreno, la lucidità fino all’ultimo tiro. Il corpo lavora, e lavora parecchio, senza dover somigliare a un modello. Chi arriva da altri sport lo scopre tardi: che si possa competere seriamente per trent’anni è un’informazione che quasi nessuno riceve da ragazzo.

Sessantamila tesserati, metà di cinquant’anni fa

Il movimento che regge tutto questo è più piccolo di quanto racconti la sua storia. Il CONI conta 60.228 atleti tesserati e 1.466 società. Negli anni Settanta erano almeno il doppio, poi molte bocciofile hanno chiuso quando affitto e riscaldamento sono diventati insostenibili. Le donne tesserate restano poche migliaia. Il rilancio passa dai corsi nelle scuole, dai campi portati nelle residenze per anziani e da un settore paralimpico che ha ormai i suoi campionati italiani: a giugno, al centro tecnico federale di Bergamo, si sono assegnati i titoli per gli atleti con disabilità intellettivo-relazionali.

Intanto arrivano i risultati. Ai Giochi del Mediterraneo di Taranto Laura Picchio ha vinto il singolo raffa e, con Kety Crescenzi, il doppio femminile; Diego Rizzi si è imposto nel tiro di precisione pétanque. L’obiettivo dichiarato sono i Giochi olimpici, e l’ostacolo è interno al mondo delle bocce: raffa, volo e pétanque hanno organismi internazionali distinti, e una candidatura richiede una voce sola.

Qui il movimento ha una scelta davanti. Il circuito olimpico chiede formati brevi, orari televisivi, atleti giovani da mostrare. Una disciplina che oggi mette sullo stesso campo un ventenne e un settantenne, con le stesse regole e lo stesso punteggio, dovrebbe decidere quale parte di sé far vedere, e rischiare di adottare, per essere ammessa, i criteri di selezione che finora ha fatto a meno di applicare.

Le due direzioni per ora convivono. La nazionale insegue il riconoscimento internazionale; la bocciofila di quartiere apre il pomeriggio e mette in mano una boccia a chi entra, senza chiedergli l’età né le misure.

Un secolo passato a difendere la propria dignità sportiva La prima società italiana, la Cricca Bocciofila, nasce a Torino nel 1873. L’Unione Bocciofila Italiana arriva nel 1919 e ottiene il riconoscimento del CONI nel 1926. Tre anni dopo un decreto la trasferisce all’Opera Nazionale Dopolavoro: le bocce diventano ufficialmente attività ricreativa, e ci restano fino al 1945. La federazione unitaria che tiene insieme raffa, volo e pétanque nasce soltanto nel 1979.

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