A Moriyasu basta una lavagna e un pennarello. Solo il tempo che manca alla fine. Il resto è cultura.
Una lavagna bianca e un pennarello. È tutto ciò che usa Hajime Moriyasu, allenatore della nazionale giapponese, mentre i suoi giocatori sono in campo. Tablet, auricolari, analytics in tempo reale: strumenti da un’altra panchina. Lui scrive numeri e li mostra dalla linea laterale.
Per giorni l’interpretazione è rimasta aperta — codici? Posizioni? Messaggi criptati? Poi Moriyasu stesso ha chiarito, con la semplicità che sembra essere la firma di questo Giappone: “Nessuna indicazione tattica, nessun suggerimento. In quei numeri c’è solo il tempo che manca alla fine.”
I Samurai Blu hanno vinto quattro a zero contro la Tunisia a Monterrey nella partita numero mille della storia della Coppa del Mondo: prima volta in assoluto per una squadra asiatica con un simile margine di scarto. Ma la cosa che più ha colpito, da bordo campo, è stata proprio quella lavagna. In un’era in cui le panchine assomigliano a sale di controllo — con Pochettino e Ancelotti che sfogliano i tablet nell’hydration break — la scelta di Moriyasu è quasi sovversiva. La lavagna funziona perché gli stadi sono rumorosi, il maxischermo è distante, e una sola informazione chiara vale più di un’analisi complessa. Ma c’è qualcosa di più profondo: il tempo è l’unica cosa che un allenatore può condividere con i suoi giocatori quando tutto il resto dipende da loro.
Stessa cifra fuori dal campo. Dopo la partita contro l’Olanda, giocata a Dallas, i giocatori avevano lasciato lo spogliatoio immacolato. I tifosi sugli spalti avevano già ripulito il settore dai rifiuti. “Fa parte della nostra cultura”, ha detto il ct, senza enfasi. Qualcuno gli ha fatto notare: “Così togliete il lavoro agli addetti alle pulizie.”
Trentatré anni fa il Giappone viveva “L’Agonia di Doha”: un gol dell’Iraq negli ultimi minuti strappò ai nipponici il biglietto per il primo Mondiale americano. Il dramma fu reale — ma fu anche il punto di partenza di un investimento sistematico nel calcio di base, nei club radicati nelle comunità, nei programmi per i bambini. Il risultato è sportivo, certo. È soprattutto culturale. E una lavagna con un numero — il tempo che manca — ne è il simbolo più preciso.
Lo sport insegna molte cose. Di solito diciamo: il coraggio, il sacrificio, il lavoro di squadra. Il Giappone aggiunge: la cura dello spazio che abiti, la misura di ciò che comunichi, il rispetto di chi verrà dopo di te. Anche se è solo uno spogliatoio.

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