Ha camminato verso l’altare tenendo il braccio di sua figlia. Un mese dopo è morto. Lei ha scritto: il tuo 90esimo minuto era questo.
Il 25 maggio, a Mola di Bari, Igor Protti ha accompagnato la figlia Noemi all’altare. Sulle sue gambe. Nei giorni precedenti stava malissimo – il tumore al colon diagnosticato un anno prima non gli aveva lasciato scampo – ma ha chiesto agli infermieri di metterlo nelle condizioni di farcela. E ci è riuscito.
Un mese dopo è morto.
L’ultima immagine pubblica di uno degli attaccanti più amati della storia del Livorno – l’uomo che nel 2004 aveva riportato la sua città in Serie A dopo 55 anni – non è quella di un bomber. È quella di un padre che cammina verso un altare tenendo il braccio di sua figlia.
Dopo la morte, Noemi ha scritto poche righe, quelle di suo padre. “Le persone vedono il fischio finale”, ha scritto. “Noi abbiamo vissuto con te tutti i 90 minuti”. E poi: “Il tuo 90esimo minuto era portarmi all’altare. Ci sei riuscito”.
Noemi ha preso la lingua che suo padre le ha insegnato, la lingua in cui si dicono le cose vere. Lo sport, per Protti, non era solo un mestiere, ma il codice con cui aveva educato una figlia a riconoscere il tempo, lo sforzo, la fatica, il momento che conta.
Non il risultato. Il cammino. Tutti e novanta i minuti.
Ci sono padri che insegnano ai figli a stare al mondo attraverso le favole, attraverso la musica, attraverso il loro lavoro. Protti lo ha fatto attraverso un campo di calcio. E sua figlia lo ha capito così bene da saperlo restituire nel momento più duro, con precisione e senza retorica.
La domanda che rimane, dopo aver letto quelle righe, riguarda noi. Quante volte lo sport ci ha dato una lingua per dire cose che non sapevamo dire altrimenti? E quante volte l’abbiamo riconosciuto, quel dono?

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