Vivo lo sport

siamo vivi? siamo sportivi

Pannello espositivo all'ONU sulla mostra dei Giusti dello sport

Il gol di Valletti

In un campo di concentramento, Ferdinando Valletti giocava a calcio per guadagnare pezzi di pane da dividere con i compagni.

Durante i giorni del Mondiale nordamericano, mentre il mondo guardava le partite, l’Italia – non qualificata al torneo – era alle Nazioni Unite con una mostra. Dal 16 al 26 giugno, la Fondazione Gariwo, insieme alla Missione permanente italiana all’ONU, ha allestito in una delle sale del Palazzo di Vetro un’esposizione dedicata ai Giusti dello sport: atleti e sportivi che, in momenti di oppressione, hanno usato lo sport non per vincere medaglie ma per resistere all’ingiustizia.

Tra le storie esposte ce n’è una che si fatica a dimenticare. Ferdinando Valletti, calciatore del Milan, finì in un campo di concentramento. Lì continuò a giocare a calcio – non per nostalgia o passatempo, ma per conquistare un ruolo che gli permetteva di portare cibo agli altri prigionieri. Il calcio come strumento di sopravvivenza collettiva. Non «io vinco», ma «noi mangiamo».

Accanto a lui, la mostra racconta Gino Bartali: il campione che nascondeva documenti falsi nel telaio della bicicletta per salvare famiglie ebree durante le leggi razziali. E Árpád Weisz, allenatore dell’Inter e del Bologna, uno dei tecnici più innovativi del calcio italiano degli anni Trenta, morto ad Auschwitz perché ebreo. E Khalida Popal, capitana della nazionale femminile afghana, che ha combattuto per il diritto delle donne di calciare un pallone in un Paese che glielo vietava.

Storie, continenti e decenni diversi con un filo comune: lo sport come linguaggio della dignità. La performance conta, il podio pure, ma ancora di più vale la capacità di restare umani e di portare con sé gli altri nelle condizioni più dure.

Mentre le grandi nazionali perfezionavano dati biometrici e mappe di calore, una mostra silenziosa in un corridoio dell’ONU ricordava al mondo che lo sport ha prodotto anche questo: eroi senza maglia, senza contratto, senza pubblico, capaci di lasciare un’eredità che nessuna statistica sa contenere. L’Italia non era in campo, ma era presente con qualcosa di più duraturo di una classifica.

Valletti giocava a calcio in un lager per dare da mangiare ai compagni. È la dimostrazione più radicale che esista di cosa significhi lo sport come educazione: non una metafora, ma la cosa stessa, portata fino in fondo, là dove tutto il resto era già stato tolto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *