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Dare forma alla pace

Sport per la pace. La comprensione del binomio spazia dall’antica tregua olimpica alle manifestazioni, più o meno simboliche, di solidarietà con una delle parti attive in un conflitto.

Nel 776 a.C. a Olimpia si praticava la ekecheiria, “trattenendo le mani” dai gesti ostili della guerra. Nelle Olimpiadi moderne, tuttavia, a dispetto delle risoluzioni puntualmente votate dalle Nazioni Unite a partire dal 1994, nessuna mano si è mai “trattenuta” dal guerreggiare, con una tregua, durante le olimpiche competizioni.

Scenario eloquente, la pratica sportiva è certo occasione per schierarsi a favore di una delle parti in conflitto, tra simboli e bandiere, concessi o vietati secondo l’interesse dominante.

Se certamente è opportuno richiamare l’attenzione su conflitti, spesso volutamente dimenticati dai media, i colori di una bandiera al pari delle risoluzioni dell’ONU, rischiano di non uscire dallo scaffale dei buoni propositi.

Andando più sul pratico, pensare a sport e pace in un ottica maggiormente regionale, evidenzia la possibilità di offrire ai giovani qualcosa di alternativo alle logiche estreme della violenza. Valutando concretamente volti e contesti, lo sport permette di valorizzare abilità di comunicazione, lavoro di squadra, empatia. Se esiste una volontà di pace, che almeno la si ricerchi lungo un giusto cammino. Fu così, nel dopoguerra italiano, per l’intuizione di Luigi Gedda e la fondazione del Centro Sportivo Italiano. I giovani e il gioco: per ricostruire una società ferita dalla violenza della guerra.

Lo sport è una realtà che si vive intensamente, possiamo quindi stringere il focus dell’attenzione non solo a gruppi umani con precisi caratteri storico-culturali, ma alla persona stessa e alla sua interiorità. L’esperienza di questa dimensione connaturale all’essere umano, potrà renderci persone migliori? Sapremo vivere e condividere la pace almeno nelle gestione dei nostri conflitti?

Lo sport ci aiuta moltissimo. Non si tratta però di stabilire delle “tregue olimpiche”. “Trattenere le mani”, mettere da parte per qualche tempo la sopraffazione, non è sufficiente.

Lo sport è pacifico e la violenza lo tradisce, vanificandone i valori. Essere atleti significa cercare una forma più vera di sé. Ciò che è prezioso nello sport, è il fatto che questa ricerca è fisica e totalizzante. Corpo e intenzioni, limiti e trascendenze. Nulla resta escluso.

Ė importante essere coscienti di ciò che lo sport sta donando, nella pratica sportiva e in ogni gesto che rende dinamica l’esistenza. Come tutte le realtà innate che crescono nell’essere umano, anche lo sport va educato, perché possa offrire i suoi frutti migliori.

Le relazioni interpersonali, necessariamente presenti nell’azione sportiva, si qualificano come un grande e profondo dialogo. Radicato nella comune umanità, con la verità che il corpo custodisce, in un quadro di prescrizioni condivise, che tutelano lo svolgersi di un percorso, durevole, finalizzato. Di questo cammino, un traguardo è la pace.

Sport e pace. Tregue improbabili:

Trattenere le mani – Vivo lo sport

La tregua olimpica dell’ONU: retorica e realtà – Aspenia Online

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