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Siren, il fischio che non sentiva

Culturista, velista e gladiatrice televisiva, Shelley Beattie era sorda. Un documentario HBO ricostruisce la sua vita e il prezzo di un’immagine invincibile.

Nelle gare di American Gladiators il via arrivava con un fischio. Shelley Beattie non poteva coglierlo: aveva perso l’udito a tre anni. Scattava leggendo i segnali dei giudici e le mosse delle rivali, e così ha disputato 44 puntate dello show, dal 1992 al 1997, con il nome di battaglia di Siren. Al piccolo schermo era arrivata dalla pedana del culturismo: professionista a ventidue anni, terza a Ms. International e a Ms. Olympia. Poi una regata: con l’equipaggio di America³ arrivò seconda, nelle selezioni per l’America’s Cup.

Il film

Questa parabola è il soggetto di Siren: the voices of Shelley Beattie, documentario disponibile su HBO Max. L’idea è di Marlee Matlin, attrice sorda, premio Oscar per Figli di un dio minore. Si era imbattuta, in siti web, nella vicenda di Beattie, trovandovi tratti della propria esperienza. Ha chiesto alla regista Irene Taylor di dirigere il film-documentario, che lei stessa produce e accompagna come narratrice. Presentato in prima mondiale al DOC NYC di New York, è arrivato su HBO il 22 settembre e il giorno dopo in streaming, affiancato da una versione nella lingua dei segni americana.

Taylor monta materiali d’archivio, immagini private e i quadri dipinti dalla protagonista. Parlano la madre e i fratelli; John Romano, che di Beattie fu allenatore e compagno; Ed Connors, cofondatore di Gold’s Gym, e alcuni ex gladiatori. Accanto ai trionfi affiorano le discriminazioni, gli abusi, l’uso di sostanze, una sofferenza psichica rimasta a lungo nascosta perfino ai familiari. Nel febbraio 2008 Shelley Beattie si è tolta la vita. Negli ultimi anni aveva cominciato a parlare in pubblico di salute mentale.

Uno sguardo a senso unico

Il film pone la questione su cosa vada perduto «quando il mondo degli udenti non può, o non vuole, ascoltare». Nella vicenda di Beattie quella perdita ha una forma precisa. Nell’arena era lei a prendere coscienza di tutto ciò che le accadeva intorno, mentre pubblico e giurie osservavano soprattutto il suo fisico.

Il culturismo spinge al limite l’asimmetria tra realtà e misurazioni. Il corpo viene pesato, misurato, messo in posa. Ogni disciplina, tuttavia, conosce qualcosa di simile. Referti e classifiche annotano tempi e piazzamenti, misurano. Ma lo smarrimento di chi si sente comunque fuori posto, sfugge alle annotazioni tecniche. E più un atleta appare solido, meno chi gli sta intorno pensa di domandargli come sta.

Un alfabeto per tutta la squadra

In palestra la comunicazione corre in gran parte sulla voce: il richiamo del compagno, l’istruzione gridata dalla panchina. Chi porta un apparecchio acustico si muove dentro quel frastuono con uno svantaggio che nessuno nota, e capita che l’allenatore lo scambi per svogliato. I rimedi sono alla portata di qualunque società sportiva: rivolgersi a lui guardandolo in faccia, fissare un cenno per i cambi, chiedere ai compagni di accompagnare le chiamate con un gesto. È il codice visivo che Beattie si era costruita da sola, diventato patrimonio comune.

Si tratta semplicemente di riconocere e comunicare. L’attrice non udente Marlee Matlin lo ha fatto con un film. Per un allenatore, a bordo campo, può bastare l’attenzione ricambiata a quel ragazzo silenzioso, un po’ in disparte, che osserva attento ogni dettaglio.

La scheda · Il film

Siren: the voices of Shelley Beattie (2025, 102 minuti). Regia di Irene Taylor; produzione di Irene Taylor, Lauren Mueller e Marlee Matlin. In inglese e lingua dei segni americana. La versione segnata è interpretata da Angela Vilavong con la regia di Justin Jackerson.

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