Una frase razzista a un compagno, cori al Duce nelle ultime settimane: la Polisportiva San Precario di Padova chiede alle società di intervenire.
Domenica 11 ottobre San Precario ha battuto 5-2 in casa una squadra del suo girone (campionato di calcio dilettantistico, terza categoria). A fine partita i giocatori sono andati verso gli avversari per il saluto, come fanno ogni volta. Secondo il racconto del capitano, in quel momento un giocatore della squadra ospite ha detto a un ragazzo di San Precario di imparare a comportarsi, perché «qui siamo in Italia». Il ragazzo è italiano, ha 23 anni, origini senegalesi e frequenta l’università.
Lì per lì non ha realizzato che cosa gli avessero detto, poi è rimasto senza parole. I giocatori hanno discusso animatamente, senza venire alle mani, e le due squadre sono rientrate negli spogliatoi.
La polisportiva è nata a Padova nel 2007. Nella squadra di calcio giocano ragazzi di molte nazionalità, tra loro studenti dell’università che abitano in città anche per periodi brevi. «Per noi l’inclusione è la normalità», dice il capitano. Quest’anno la squadra è tornata in Terza Categoria dopo qualche stagione e, come ha scritto la società, ha trovato quei campi più razzisti di come li ricordava.
Il 12 aprile scorso, prima di una partita di Seconda Categoria a Polverara, in provincia di Padova, l’arbitro aveva chiesto al dirigente di San Precario il permesso di soggiorno di due giovani giocatori africani, che avevano già presentato il documento di identità. Il presidente degli arbitri veneti, Tarcisio Serena, aveva poi chiarito che un direttore di gara non può chiederlo.
Dopo la partita dell’11 ottobre la società ha pubblicato un post su Facebook: «Il razzismo non è una goliardata, non è una provocazione e non è parte del gioco». Alle società chiede di prendersi le loro responsabilità e di intervenire con decisioni concrete. Il capitano racconta che nelle ultime settimane la squadra ha sentito anche cori che inneggiavano al Duce, e che a mandare segnali come questi sono spesso i più giovani. Chiede un cambiamento culturale che parta proprio da loro, perché troppo spesso, dice, «questi episodi vengono considerati normali o semplici battute da campo».
Quella domenica, uscendo dagli spogliatoi, i giocatori di San Precario hanno intonato i loro cori antirazzisti per ricordare, con le parole del capitano, che «il calcio è di tutti».
La scheda · San Precario, dal 2007
Sul suo blog la polisportiva si presenta con il motto «Playing against racism since 2007» e scrive di intendere lo sport «come welfare non come business». Nel 2015 Famiglia Cristiana raccontava «Palla al piede», il progetto di calcio con i detenuti del carcere Due Palazzi di Padova condotto con l’associazione Nairi. Nella scorsa stagione la squadra giocava in Seconda Categoria.
La scheda · Che cosa dice la norma
L’articolo 28 del Codice di giustizia sportiva della Figc considera discriminatoria ogni condotta che comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine anche etnica, condizione personale o sociale. Vale lo stesso per la propaganda ideologica vietata dalla legge. Il calciatore che la commette è punito con almeno dieci giornate di squalifica, sanzione applicata anche nei campionati provinciali. Per riconoscere i giocatori prima della gara, come hanno ricordato ad aprile gli arbitri veneti, bastano il documento di identità, la tessera federale, la conoscenza personale o una foto autenticata.

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