Dal saggio di Kevin Love su The Players’ Tribune, al dossier europeo sui club sportivi: la salute mentale interroga allenatori e società.
Nel marzo 2018 Kevin Love, campione NBA con i Cleveland Cavaliers, pubblicò su The Players’ Tribune un saggio intitolato «Everyone Is Going Through Something», tutti stanno attraversando qualcosa. Vi raccontava una esperienza vissuta mesi prima. Il 5 novembre 2017, subito dopo l’intervallo di una partita contro gli Atlanta Hawks, il cuore aveva cominciato a battergli all’impazzata e l’aria non gli arrivava ai polmoni. Era corso nella stanza dei fisioterapisti ed era crollato sul pavimento. In ospedale gli esami non avevano trovato niente di anomalo: era stato un attacco di panico.
Nello sport il corpo è spesso il primo a presentare il conto. Quella sera il corpo di Love aveva portato allo scoperto ciò che lui teneva nascosto da tempo: le preoccupazioni in famiglia, il sonno che non arrivava, l’ansia di non rendere in campo.
Per settimane provò a dimenticare l’episodio e a comportarsi come se nulla fosse successo. Poi, con l’aiuto della squadra, cominciò a vedere un terapeuta, all’inizio con molto scetticismo. A convincerlo a scrivere fu DeMar DeRozan, stella dei Toronto Raptors, che già aveva parlato apertamente della propria depressione. In quell’intervista DeRozan ricordava un insegnamento della madre: mai prendere in giro nessuno, perché non si sa cosa stia davvero vivendo.
Storie come questa vengono raccontate quasi sempre allo stesso modo. Il campione crolla, trova il coraggio di confessarlo e torna più forte di prima. È uno schema che commuove e che si dimentica in fretta, perché presenta il malessere come un incidente raro, riservato alle star e chiuso da un gesto eroico.
Love non ha assecondato questo tipo di narrazione. Nel 2020 è tornato sull’argomento con un secondo testo, per dire che la depressione non se n’era andata e che viverci dentro è estenuante. In un’intervista ha spiegato che, fin dal liceo, avevautilizzato il malessere come benzina per giocare. Ha aggiunto di aver capito che dalla depressione non si esce vincendo.
Una gara senza avversario
Qui lo sport è costretto a rivedere la propria idea di vittoria. Se vincere significa soltanto battere qualcuno, la storia di Love resta senza trionfo. Se invece la vittoria è superare un limite, anche quello del silenzio, migliorando la propria esistenza, ammettere di aver bisogno di aiuto è stato un bel traguardo.
Agonismo e agonia vengono dalla stessa parola greca, che indicava la lotta. Esiste una lotta che si combatte senza avversari e senza pubblico, e raramente la si vince da soli. Love ha cominciato a uscirne dopo aver letto le parole di un collega, e da allora prova a restituire quel gesto anche ad altri.
Il posto in cui si parla
Love aveva intorno a sé medici, preparatori e uno staff attrezzato, eppure gli sono serviti mesi per raccontare che cosa gli era successo. Viene da chiedersi che cosa possa accadere in una palestra di quartiere. Lì l’unico adulto presente è spesso un allenatore volontario, e negli spogliatoi circolano soprattutto frasi come «tieni duro» e «non mollare».
Non si può chiedere a quell’allenatore di fare anche lo psicologo. Si può cercare di non lasciiarlo solo. Servono una società che lo sostenga, genitori con cui parlare, dirigenti disposti a trovare il tempo per rileggere insieme una stagione difficile. E serve un campo dove un errore o un’emozione scomoda non diventino una colpa.
In Italia i dati cominciano ad arrivare. A giugno la Scuola Genitori Sportivi e la Federazione italiana psicologi dello sport hanno reso noti i primi risultati di una ricerca sull’abbandono nel calcio e nella ginnastica. Un giovane atleta su tre aveva pensato di smettere nei mesi precedenti all’intervista. Più del trenta per cento avverte la paura di fallire trasmessa dai genitori, e circa uno su quattro teme di sbagliare in gara, perché si sente osservato e giudicato dagli adulti. Sono segnali di disagio ancora lontani da una diagnosi, ed è proprio in questa fase che il malessere non ha nome e, tanto meno, attenzioni.
Qualche esperienza utile arriva dalla Francia. Ad aprile 2026 il think tank Sport et Citoyenneté ha dedicato il numero 61 della sua rivista al rapporto fra sport e salute mentale. Il dossier principale esamina il ruolo dei club nel cogliere per tempo i segnali di disagio nei più giovani. Il punto di partenza sono i numeri: in Francia tredici milioni di persone ogni anno affrontano un disturbo psichico. Per molti ragazzi il club sportivo è il luogo dove trascorrono più ore dopo la scuola. Un allenatore che li segue tre volte alla settimana conosce il loro modo di correre, di reagire, di stare con i compagni, e può essere il primo ad accorgersi di un cambiamento.
Anche fuori dalle arene
Il discorso, quindi , bel oltre i grandi palcoscenici dello sport. Riguarda soprattutto il portiere di sedici anni che da qualche settimana sbaglia uscite semplici e in panchina viene giudicato svogliato. Riguarda la ginnasta che lascia la palestra senza dare spiegazioni e il ragazzo che negli spogliatoi scherza più di tutti per non dover rispondere a nessuna domanda. Riguarda anche l’allenatore che nessuno ha mai preparato a riconoscere questi segnali.
In ogni gruppo sportivo esistono regole non scritte su ciò che si può dire e ciò che conviene tacere. Per questo la salute mentale ha bisogno di scelte molto pratiche per uscire dall’omertà: come si organizza un allenamento, come si forma un tecnico, come si parla con i genitori.
Il 22 settembre scorso, a trentotto anni, Love ha raccontato ancora una volta quella sera agli studenti di nove distretti scolastici dell’Ohio, riuniti a Cuyahoga Falls per la Youth Hope Initiative. Ha insistito soprattutto su un punto: nessuno di loro è solo. Il titolo del suo saggio del 2018 può essere letto anche così, come un pensiero da tenere presente ogni volta che si entra in uno spogliatoio. Ciascuno dei ragazzi seduti su quelle panche porta qualcosa con sé ed è necessario che vi sia anche qualcuno insieme.
La scheda · Due saggi, un movimento
The Players’ Tribune è la piattaforma nata per permettere agli atleti di raccontarsi in prima persona, senza la mediazione dell’intervista. Nel marzo 2018 Kevin Love vi pubblicò «Everyone Is Going Through Something», dopo che DeMar DeRozan aveva parlato della propria depressione. Da allora molti atleti di vertice hanno cominciato a parlare apertamente di ansia e depressione. Nel 2020 Love è tornato sul tema con «To Anybody Going Through It». Nel 2018 ha fondato il Kevin Love Fund, che si occupa di educazione alla salute mentale, in particolare tra i giovani.

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