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Fare posto

Dal documentario The Soul of Football alla LALIGA Genuine dei cinquanta club: il calcio inclusivo interroga tecnici e società.

Este es mi sitio, questo è il mio posto: è il titolo con cui la rivista Panenka presenta The Soul of Football, un documentario di circa trentacinque minuti che segue sei calciatori verso la Genuine Cup di Houston, torneo internazionale per persone con disabilità intellettiva. I protagonisti arrivano da mondi lontani tra loro: le sezioni per la disabilità di Boca Juniors, Athletic Club, Inter Miami, Manchester United, FC Seoul, più la rappresentativa del Bangladesh. Tra loro c’è María José Paul, difensore dell’Athletic Club, che convive dalla nascita con la sindrome di Williams e nel 2020 ne ha scritto in un’autobiografia, Ser Williams.

Il racconto porta con sé parole come inclusione, amicizia, partecipazione. Parole giuste, a patto che non diventino la cornice in cui infilare sempre la stessa storia: la difficoltà superata, il coraggio, la meraviglia che qualcuno sia riuscito a scendere in campo. Si parte con le migliori intenzioni e si arriva a un paradosso: a furia di sottolineare la differenza, la si conserva.

Un calciatore che entra in campo vuole prima di tutto giocare. Ricevere un pallone, cercare un compagno, sbagliare un passaggio, segnare, perdere, farsi sostituire, prendersela con l’arbitro. Le cose normali dello sport, che proprio perché normali quasi mai diventano un racconto.

Ed è qui che quel titolo dice più di quanto sembri. La domanda non riguarda solo chi ha finalmente trovato un posto: riguarda il posto. Se per allenarsi tutto l’anno, indossare una maglia e giocare un campionato è servito costruire percorsi apposta, allora la domanda si può girare verso lo sport: quanto è stato capace, finora, di adattare le proprie strutture a chi voleva praticarlo? L’attenzione si sposta dalla persona che deve riuscire a entrare al sistema che deve aprire la porta.

Cinquanta club, settantacinque partite

L’esempio spagnolo aiuta a vedere cosa significhi in pratica. La LALIGA Genuine, la competizione della Fondazione LALIGA per squadre di persone con disabilità intellettiva, nella stagione 2025-26 — l’ottava — è arrivata a cinquanta club, il numero più alto da quando esiste. La fase finale si è giocata dal 19 al 21 giugno negli impianti della Federazione spagnola a Las Rozas, vicino Madrid: settantacinque partite, oltre mille tra giocatori, giocatrici e staff. I tre gironi non portano numeri ma nomi — Rispetto, Sportività, Compagnia — e li hanno vinti Real Betis, Celta Integra Zelnova e Cultural Leonesa; i trofei del fair play sono andati a Racing Santander, Real Sociedad e UD Ibiza. Numeri, calendari, classifiche: l’inclusione entra nella normalità dello sport proprio quando ha un allenamento da rispettare, una trasferta da organizzare, una partita da vincere.

All’Athletic Club, una delle società del documentario, la squadra Genuine si allena a Lezama, dove si allenano tutti. María José Paul è in rosa con i suoi compagni, con ruoli e organizzazione di una squadra qualsiasi. È lì che l’inclusione prende corpo: nel giorno fisso dell’allenamento, nella convocazione, nello spogliatoio, nel campionato che ricomincia l’anno dopo.

Fuori dai tornei pensati apposta

Resta la domanda più grande. Le competizioni pensate apposta hanno aperto porte che prima erano quasi introvabili, e la crescita della LALIGA Genuine lo conferma. Ma cosa succede fuori da lì, nei settori giovanili, nelle scuole, negli impianti comunali? Quanti allenatori sono pronti a lavorare con chi ha tempi e bisogni diversi? Quante società hanno spazi e competenze per una pratica continuativa? Creare luoghi adatti è già una risposta; quella successiva è quanto quei luoghi riescono a cambiare il resto dello sport.

Perché la domanda parte dalla disabilità e non si ferma lì. Riguarda anche il bambino senza abbastanza talento per essere scelto, chi impara con altri tempi, chi resta indietro in una selezione fatta troppo presto, chi incontra un allenatore capace di stare solo con gli atleti che rispondono meglio e più in fretta. Ogni modello sportivo, anche senza dirlo, sceglie le persone a cui è adatto. Per questo l’inclusione riguarda la capacità di quel modello di cambiare: organizzazione, competenze, allenamenti, regole, occasioni di giocare.

Este es mi sitio, allora, si può leggere senza retorica. Non come il grazie di chi è stato ammesso in un posto altrui, ma come ciò che chiunque può dire entrando in campo: questo è anche il mio posto.

Che cos’è la «Genuine»
«Genuine» è il nome del calcio inclusivo nato in Spagna. La LALIGA Genuine, promossa dalla Fondazione LALIGA, riunisce squadre di persone con disabilità intellettiva legate ai club professionistici: si gioca un campionato a tappe lungo la stagione, senza eliminazione diretta, e i titoli del fair play pesano quanto quelli sportivi. Dal modello spagnolo è nato l’appuntamento internazionale, la Genuine Cup di Houston, che nel 2025 ha riunito atleti da oltre venti Paesi.

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