Praticare uno sport chiede impegno. Ma quando diventa l’unico pensiero, impoverisce. Studio, lavoro, affetti e tempo libero gli danno equilibrio.
La nuotatrice Simona Quadarella, tra una gara e l’altra, si è laureata il 14 luglio scorso in Comunicazione digitale all’Università Link di Roma. La prendiamo come un piccolo esempio, più che come una notizia da prima pagina. Dimostra un fatto semplice: si può dare tutto a una disciplina e, insieme, costruire dell’altro. Da qui parte il ragionamento: lo sport è importante, e lo è anche il resto.
Chi pratica sul serio conosce il prezzo della dedizione: orari, fatica, rinunce. Il guaio arriva quando lo sport diventa l’unica occupazione. Un ragazzo che ha soltanto gli allenamenti, il giorno in cui si fermano si ritrova a mani vuote. E un atleta che si identifica per intero con le proprie prestazioni, appena i tempi calano si sente smarrito: gli manca un appiglio.
Ed è proprio quell’altro a fare da contrappeso. Lo studio, un lavoro, le amicizie, il tempo libero, una passione estranea allo sport aprono spazi e restituiscono energia. Aiutano perfino l’agonismo: una mente più libera regge la pressione, digerisce una sconfitta e dopo un infortunio ritrova in fretta lo slancio. Chi tiene vivi più interessi si presenta alla gara con la testa sgombra.
C’è poi un rovescio, quando l’assoluto vince. Ai ragazzi si chiede spesso di scegliere una sola disciplina troppo presto, di allenarsi come professionisti a dodici anni, di misurare ogni domenica il proprio valore. Molti, a quel punto, mollano. Il gioco è diventato un obbligo, e un obbligo raramente diverte. Così lo sport che pretende tutto allontana proprio chi vorrebbe trattenere.
Vale soprattutto per chi accompagna la crescita dei ragazzi. Allenatori, dirigenti e genitori possono puntare ogni cosa su un’unica carta, oppure insegnare a tenerne aperte più d’una: la squadra e la scuola, il campo e gli amici, l’impegno e il riposo. La prima strada a volte fa vincere subito; la seconda forma persone salde che stanno in piedi anche nelle stagioni storte.
Nessun assoluto fa bene, nemmeno uno nobile come lo sport. È una cosa importante, non l’unica. Chi lo vive così – dal campione al dilettante, dall’amatore al bambino che comincia – ci guadagna, dentro e fuori dal gioco.

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