Succede che i nostri corpi abbiano dei limiti. Non è possibile essere illimitati. Li abbiamo sempre, ovviamente, ma ci sono momenti in cui il limite cresce, cambia, imponendosi alla nostra attenzione.
Facevamo tante cose e adesso ve ne sono alcune che ci sfuggono, non riusciamo più a raggiungerle. L’età avanza e i limiti si evidenziano. Forse potremmo fare memoria del tempo in cui, quelle medesime cose, non riuscivamo ancora a farle. Troppo giovani allora, troppo anziani adesso.
Il comune denominatore di tutto questo è il nostro corpo. Eravamo il bambino non ancora capace, siamo il giovane e l’adulto performante, siamo l’anziano in difficoltà. Siamo il nostro corpo.
Meglio essere alleati con il nostro corpo e cercare di non litigarci. In fondo, sarà sempre lui a rendere possibile ogni nostro cammino, ogni esperienza umana, ogni conquista e novità.
Nella pratica sportiva succede, talvolta, che il corpo venga inteso come un “avversario”. Si blocca sul più bello, mentre stavamo vincendo. Si ammala alla vigilia della competizione più importante. Rivela malattie croniche che scoraggiano l’attività agonistica, facendola apparire quasi impossibile.
Tra gli atleti di alto livello, il diabete risulta essere il disturbo maggiormente diffuso, ma è anche ben gestibile. Ricordiamo Steve Redgrave (Inghilterra. 5 ori olimpici in canottaggio); Alexander Zverev (Germania. n. 2 in classifica ATP Tennis, vincitore di due Slam nel 2026); Nacho Fernandez (Spagna. 6 Coppe dei Campioni con il Real Madrid) e molti altri atlete e atleti “in malattia”, con patologie anche più complesse (disturbi renali, cardiaci, epilessia…).
La malattia, per un atleta, rende veramente “avversario” il corpo?
Il disturbo da deficit di attenzione ed iperattività (acronimo inglese: Adhd) risulterebbe potenzialmente utile per chi svolge attività agonistica ad alti livelli. Michael Phelps (nuoto), Simone Biles (ginnastica artistica), Noah Lyles (atletica, velocista), campioni olimpici, ne sono affetti. Da alcuni studi risulta che l’iperfocalizzazione, caratteristica del disturbo, possa condurre gli atleti in un proficuo stato di “flow”, per una vincente immersione atletica. Ci sono controindicazioni, ovviamente, con un maggior rischio di infortuni e stress.
Naturalmente non ci auguriamo di avere un disturbo di Adhd per verificare l’eventuale incremento delle nostre performance sportive, ma l’insieme delle considerazioni precedenti ci fa comprendere l’importanza di integrare i nostri limiti in forma attiva.
Lo facciamo abitualmente con i limiti naturali, fisici, mentali, non patologici. Siamo in un certo modo e alleniamo questo nostro irripetibile “essere” affinché realizzi al meglio la propria esistenza.
Non si tratta ovviamente solo di preparazione atletica per le attività sportive. Ci “prepariamo” per andare al lavoro, per fare una passeggiata, per cucinare… alleniamo il nostro corpo per vivere meglio, così come siamo, in ciò che facciamo.
Quando una malattia o un altro evento, accrescono i nostri limiti, dovremmo ugualmente integrarli, in forma attiva. Entrano a far parte della nostra situazione e non devono identificarci o prevalere. Non siamo la nostra malattia o disabilità, ma queste hanno modificato la nostra realtà personale. Il nostro corpo resta un alleato e così continuiamo ad allenare noi stessi (nella nuova “versione” che si è determinata) per realizzare al meglio la nostra esistenza.
Non si tratta di eliminare certi limiti o superarli per lasciarli alle nostre spalle (imprese spesso non possibili). Dobbiamo superare integrandoli, accogliendoli come parte di noi stessi, partecipi di ogni miglioramento possibile.
Curiamo, quindi, quanto più possibile le nostre patologie, cerchiamo di sconfiggere il dolore; manteniamo vivo ed efficace il nostro desiderio di bene, la dedizione ai valori in cui crediamo, la passione per l’attività sportiva, l’esperienza di forze vitali che mai ci abbandonano.
___________
Immagine: foto pexels-tima-miroshnichenko

Lascia un commento