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«Non idoneo», prima la salute

Un trasferimento da 25 milioni salta perché il CONI nega l’idoneità a un ragazzo con un’anomalia cardiaca. In Italia decide un referto, altrove l’atleta. Quanto vale un corpo che gioca?

Quel trasferimento da venticinque milioni non si farà e non per una trattativa arenata sul prezzo. Anan Khalaili, poco più di vent’anni, esterno destro promesso all’Inter, è atterrato a Milano per le visite e ne è ripartito senza idoneità: l’Istituto di Medicina dello Sport del CONI ha rilevato un’anomalia cardiaca e ha negato il via libera. Senza quel certificato, da noi, non si scende in campo. La regola vale dal 1982, quando un decreto del Ministero della Sanità rese obbligatorio il controllo periodico per gli atleti agonisti, e si è fatta più severa nel 1995 per i professionisti, con esami come la prova da sforzo massimale e l’ecocardiogramma. Al termine, una sola parola: idoneo, oppure no.

Altrove funziona quasi al contrario. In Inghilterra, negli Stati Uniti, in Francia le visite si fanno, ma l’ultima parola resta al giocatore che firma una liberatoria e si assume il rischio. La distanza è la seguente: dove decide l’atleta il corpo è un capitale che il proprietario può spendere fino in fondo; dove decide un referto, quel corpo appartiene prima alla persona e solo dopo alla prestazione. E la valutazione, in Italia, spetta a un ente terzo, non allo staff medico del club che perde l’affare.

Il caso che spiega meglio di ogni norma questa differenza porta un nome noto. Christian Eriksen, dopo l’arresto cardiaco in campo agli Europei del 2021, per le regole italiane non ha più potuto giocare in Serie A, nonostante un defibrillatore sottocutaneo pronto a intervenire. Ha ripreso in Inghilterra (oggi al a Wolfsburg, in Germania), dove quella scelta era concessa, e per quattro anni ha giocato ad alto livello. Lo scorso 7 giugno, durante Danimarca-Ucraina, si è toccato il petto e si è accasciato di nuovo: stavolta il dispositivo ha funzionato, è rimasto cosciente, sta bene. La stessa storia si può raccontare in due modi opposti ed è questo il punto: la prova che il rischio è reale, o la prova che con le giuste tutele un atleta può decidere della propria vita.

Da qui l’accusa che all’Italia viene rivolta: paternalismo. Chiamare così la scelta di fermare qualcuno significa però aver già stabilito, in silenzio, che un uomo che gioca sia libero soprattutto di logorarsi. E una contraddizione va detta: lo stesso referto che protegge è quello che esclude, che fa saltare un contratto costruito in anni e che, a volte, ferma anche chi avrebbe potuto giocare senza conseguenze. Nessuna regola è indolore. Ma una comunità si riconosce da ciò che decide di mettere prima.

Il discorso, del resto, non riguarda solo i venticinque milioni della Serie A. Tocca la società di provincia che attende un certificato prima di mandare in campo un quindicenne, il genitore che vive la visita come una perdita di tempo, il dirigente che sa bene come quel foglio sia una responsabilità e non un timbro. La stessa domanda, dagli stadi ai campetti di quartiere, cambia soltanto di scala.

Khalaili continuerà a giocare, là dove il suo cuore non è un ostacolo burocratico. Da noi, per ora, resta «non idoneo». È una parola dura, che costa carriere e affari saltati, e che pure ne dice una semplice: prima del contratto, del risultato, del mercato, viene la salute di chi gioca. Un sistema che lo mette nero su bianco potrà anche sbagliare per eccesso di prudenza, ma ha deciso da che parte stare.

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