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Il gioco e l’azzardo

Vietata dal 2018, la pubblicità delle scommesse resta sulle maglie della Serie A. Il ministro Giorgetti chiede all’Agcom di applicare il divieto.

Il 29 luglio scorso il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha chiesto alla Guardia di Finanza e all’Agcom un approfondimento per applicare per intero l’articolo 9 del decreto Dignità del 2018, la norma che vieta la pubblicità delle scommesse “in qualsiasi forma”. Il divieto c’è, e resta in vigore; la sua sostanza, però, viaggia aggirata. I marchi dei bookmaker ricompaiono travestiti da siti di intrattenimento, con domini che aggiungono al nome dell’agenzia parole come “news”, “live” o “sport”. Uno di questi campeggia sulla maglia dell’Inter per circa trenta milioni a stagione, e formule analoghe accompagnano buona parte della Serie A.

Il dato che spiega tutto è un altro: il campionato italiano muove giocate per quasi sedici miliardi l’anno. Il calcio e l’azzardo, ormai, si tengono per mano. E qui la faccenda smette di essere tecnica.

Lo stesso sport che proponiamo ai ragazzi come scuola di regole, fatica e appartenenza diventa, allo stadio e in televisione, un invito a puntare. Un bambino seduto in tribuna con il padre impara due gesti nello stesso pomeriggio: sostenere la squadra e scommettere sul risultato. Crescendo, rischia di considerarli naturali entrambi.

Dietro le cifre ci sono persone. Il decreto Dignità nacque proprio per arginare la ludopatia, una dipendenza che consuma risparmi e legami e che tocca famiglie concrete più spesso di quanto si dica. Trattarla come un dettaglio del marketing sportivo significa guardare altrove.

Per fortuna lo sport conserva altrove il suo senso pieno: nei campi di periferia, negli oratori, nelle piccole società dove il pomeriggio vale per la partita e per il piacere di giocarla. Lì il gioco resta gioco.

I numeri

  • Divieto di pubblicità delle scommesse: in vigore dal 2018 (art. 9 del decreto Dignità).
  • Serie A: giocate per quasi 16 miliardi di euro l’anno.
  • Betsson.sport, primo sponsor dell’Inter: circa 30 milioni a stagione.

Come si aggira il divieto

I marchi dei bookmaker non spariscono: cambiano abito. Al nome dell’agenzia si aggiungono suffissi come “.news”, “.live” o “.sport”, e il sito viene presentato come spazio di informazione o intrattenimento su cui, formalmente, non si scommette. Il logo però resta riconoscibile, e la sponsorizzazione pure.

Che cosa può cambiare

L’Agcom ha annunciato una revisione delle linee guida sulla pubblicità. Tra le ipotesi: contingentare gli spazi per ridurre l’esposizione, vietare gli sponsor di maglia (come avvenuto di recente in Inghilterra) o escludere i marchi non riconosciuti dall’Autorità. Le nuove regole difficilmente arriveranno prima della stagione 2027/28.

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